TORRE INCOMPIUTA
Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Alex alzerebbe la mano. Fieramente e orgogliosamente. Chiamiamola incoscienza. Chiamiamola incoerenza. Chiamiamola superficialità. Ma, per raggiungere le vette che il suo basket è in grado di conquistare, abbandonare la razionalità è caldamente consigliato. Per porre la bandiera sulla cima innevata, gli sherpa che portano il tuo bagaglio soffriranno il freddo e la fame. Qualche compagno di cordata potrà perdere la vita, crollando in un crepaccio o tradito da una valanga. La tentazione di fermarsi di fronte alla parete verticale e tornare al campo base bussa insistentemente sulla spalla. Alexey ignora.
Supponente, stronzo, arrogante. Come il suo stile di gioco. Accentratore se mai ne esistesse uno. Quando si perde, la colpa è di Shved. Si è preso troppi tiri, non ha coinvolto i compagni, di difendere non se ne parla neanche, protesta di continuo con gli arbitri per fischi completamente inventati dalle sue allucinazioni tiranniche. Quando si vince, il merito è di Shved. Ha trascinato da solo la squadra, senza i suoi isolamenti l’attacco non avrebbe prodotto nulla, senza le sue triple i compagni non avrebbero trovato la fiducia per prendere tiri pesanti e difendere anche per la propria stella, la difesa avversaria è andata in tilt dinanzi alla variegata letalità di Alexey.

La disastrosa situazione in cui grava la società moscovita ha avuto strascichi pesanti sul campo. Ultimi per distacco in Eurolega, indegni di affrontare una competizione di così alto livello. Stipendi non pagati, infortuni di giocatori chiave mai realmente chiariti, segnali di smobilitazione avvertiti sin dalle prime palle a due stagionali. Il roster allestito era di primissimo livello, sulla scia degli ottimi risultati che Shved aveva contribuito ad ottenete l’anno scorso prima dello stop forzato causa pandemia. Il contratto stipulato da Alex include una clausola che gli permetterebbe di risolvere consensualmente l’accordo qualora volesse tentare nuovamente lo sbarco in NBA. Lo capiremmo: la barca sta affondando, anche il capitano è costretto prima o poi ad abbandonarla. Alex ignora. Se dovrà farlo, lo farà in un altro momento. Rinnovo fino al 2023. Nonostante tutto e tutti. Le eventuali comparse negli Shaqtin’a Fool per una banale palla persa o per un intestardito palleggio sui piedi non sono il pane di Alexey. Piuttosto le critiche feroci di chi, consapevole della sua forza, gli farà notare per l’ennesima volta come i migliori traguardi della carriera professionistica li abbia raggiunti o quando era giovanissimo o quando era chiamato a dividere palloni e responsabilità con campioni più esperti e legittimati nelle logiche di squadra. Da solo, Alexey non è mai andato da nessuna parte. Da solo, Alexey può tuttavia ricordarci che vincere non è l’unica cosa che conta. No allori, no onorificenze, no medaglie. Solo tachicardia, battiti accelerati, stupore. Al confine tra meraviglia contemplativa e terrificante sgomento. Continua a regalarci emozioni, Alexey Viktorovich Shved. Non smettere mai.
