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FIBA World Cup 2023: USA, fallimento o menefreghismo?

Nella giornata di ieri sono andate in scena le semifinali della FIBA World Cup 2023. In entrambi i casi, i favori del pronostico si sono sovvertiti e ora ci troviamo alle porte di una finale tutta europea: Serbia-Germania. Tra le due compagini, comunque, il vero upset lo hanno compiuto con ogni probabilità i tedeschi, battendo gli Stati Uniti. In una gara diverte e dall’esito in sospeso fino all’ultimo minuto, la nazionale di Steve Kerr ha confermato tutte le sue qualità e i suoi difetti, non riuscendo a raggiungere l’obiettivo dichiarato medaglia d’oro. Si può, allora, parlare di fallimento? O sarebbe più giusto parlare di supponenza e menefreghismo?

Le basi di questa discussione vanno ricondotte, infatti, ad argomentazioni esterne a questa World Cup. Che gli Stati Uniti tengano meno in considerazione una competizione come i Mondiali rispetto alle Olimpiadi è il segreto di Pulcinella. A dimostrarlo ci sono le convocazioni di anno in anno fatte dai coach passati su quella panchina. L’aspetto del roster statunitense per le competizioni iridate è quasi sempre ridimensionato, una versione minore rispetto alla vera potenza di fuoco americana. I motivi? Il poco riguardo dell’NBA verso questo tipo di torneo, sia da parte delle società che dei giocatori stessi. Le vere stelle di oltreoceano raramente danno la loro disponibilità per il Mondiale, probabilmente spinti anche dai propri sponsor che guardano con molto più favore alle Olimpiadi.

Da queste convocazioni “troncate” arrivano quindi risultati decisamente meno eclatanti. Basta fare un confronto negli ultimi venti o trent’anni tra Mondiali e Olimpiadi, per avere un’idea sommaria della differenza tra i due tornei. Partecipazione con favore del pronostico e buone possibilità di vittoria nel primo caso, dominio assoluto nel secondo.

Il canovaccio, quindi, si ripete anche questa volta. Pur con il favore del pronostico gli Stati Uniti non sono riusciti ad arrivare all’obiettivo espresso a parole, la medaglia d’oro. È giusto parlare di fallimento? Senza addentrarci nuovamente in discussioni lunghe e che partono da Giannis Antetokounmpo, si può sicuramente parlare di delusione per gli USA. La squadra di Kerr non ha faticato durante una fase a gironi semplice, ma più volte ha mostrato segnali di cedimento successivamente. Prima i 20 minuti con il Montenegro, poi la sconfitta con la Lituania ed infine la sconfitta con la Germania.

In ognuna di queste occasioni, gli Stati Uniti avevano senza dubbio il talento e le capacità per vincere la gara, anche agilmente. Tuttavia, non sempre l’atteggiamento in campo ha rispecchiato le parole fuori. I giocatori statunitensi più volte hanno mostrato la propria pigrizia, in termini di impegno fisico e mentale, nei rispetti dell’avversario. Soprattutto quando c’era da abbassare le ginocchia e difendere. Lo hanno fatto contro il Montenegro rischiando, lo hanno fatto contro la Lituania forse addirittura venendo avvantaggiati dalla sconfitta, ma alla terza volta sono caduti. Troppa supponenza, troppa consapevolezza nei propri mezzi, troppo menefreghismo.

Di opinione contraria parrebbe essere Steve Kerr, nelle sue parole in conferenza stampa dopo la sconfitta contro i tedeschi.

Il basket è diventato globale, queste partite sono difficili. Non siamo più nel 1992. I giocatori sono migliori in tutto il mondo, le squadre sono migliori. Non è facile vincere i Mondiali o le Olimpiadi. Sono orgoglioso dei miei ragazzi.

Non ci permetteremmo mai di andare contro il coach dei Warriors, e infatti quello che dice Kerr è vero. Il livello dei giocatori e delle nazionali in tutto il mondo si è alzato, atleticamente e tecnicamente. Vincere non è scontato, anche per una potenza come gli Stati Uniti. Tuttavia, rimane la sensazione che agli USA in alcuni casi interessi relativamente nonostante tutte le parole dette. Certamente, ci sarà molta delusione nei giocatori e nello staff dopo questa sconfitta. Ma l’amaro in bocca non sarà mai abbastanza per portare un cambiamento radicale e sistemico all’interno di un mondo, quello del basket americano, che questa competizione sembra denigrarla fin dal principio.

 

 

Marco Marini
Marco Marini
Marchigiano fuori sede, studio Relazioni Internazionali e nel frattempo mi diletto a scrivere della mia più grande passione: il basket.

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