La prima cosa che colpisce di Gabriele Procida non è la maglia del Real Madrid, né l’aura che spesso accompagna chi, così giovane, arriva ai vertici del basket europeo. È lo sguardo. Lo stesso di quando correva da ragazzino sui campetti di Lipomo e nei playground davanti al Pianella, con un pallone consumato e un sogno troppo grande per restare in tasca. Oggi quel sogno lo ha portato in una delle società più iconiche della pallacanestro mondiale, ma dentro Procida c’è ancora molto di quel ragazzo cresciuto tra Como, Cantù e la Brianza, territori che ne hanno forgiato il carattere prima ancora del talento. Ecco le sue parole rilasciate a La Provincia.
Dalla PGC Cantù al grande basket europeo
Classe 2002, Procida cresce nelle giovanili della PGC Cantù, debutta in Serie A nel 2019 con la Pallacanestro Cantù e attira presto l’attenzione internazionale. Nel Draft NBA 2022 viene scelto alla numero 36 dai Detroit Pistons, ma la sua strada passa dall’Europa: prima l’Alba Berlino, poi nel 2025 la chiamata che cambia tutto.
Il Real Madrid, allenato da Sergio Scariolo, un altro italiano a guidare una delle corazzate del basket continentale.
La chiamata del Real Madrid e un sogno che diventa realtà
L’incontro avviene alla Movistar Arena, tempio da oltre 15.000 posti nel cuore della capitale spagnola. Un luogo che Procida aveva immaginato tante volte da bambino.
«All’inizio non sapevo se crederci davvero. I rumors spesso restano tali, ma quando ho capito che era tutto vero l’emozione è stata indescrivibile».
Guardare quelle partite in televisione con il padre e sognare di essere lì, un giorno, non era solo fantasia. Oggi è quotidianità.
Nessuna consacrazione, solo lavoro quotidiano
Vestire la maglia del Real non è per Procida un punto di arrivo, ma semmai un nuovo inizio.
«Non penso assolutamente di essere consacrato. Lavoro ogni giorno per dimostrare a me stesso e a chi mi ha voluto qui che la scelta è stata giusta».
Il suo obiettivo è semplice e diretto: allenarsi duro, guadagnarsi spazio e crescere. Il futuro, come sempre, verrà dopo.
La vita al Real: una cittadella per gli atleti
Le giornate scorrono veloci tra allenamenti, partite e trasferte. E quando c’è un momento libero, Procida lo dedica comunque al miglioramento.
«Abbiamo una struttura enorme, una vera cittadella: piscine, palestre, campi, staff per il lavoro individuale e il recupero».
Quando non è in palestra, trova equilibrio nelle piccole cose: leggere, guardare film, rilassarsi, una partita alla PlayStation. Tutto serve per restare centrato.
Madrid dopo Berlino: un’altra vita
Il passaggio da Berlino a Madrid è stato netto, anche fuori dal campo.
«Qui sto molto bene. Il clima è fantastico, c’è il sole, si vive meglio. È una città grande, con ottimi ristoranti. Mi sento fortunato».
Una capitale diversa, ma un ambiente che lo ha accolto rapidamente.
Un giocatore in costruzione continua
Dal punto di vista tecnico, Procida non si nasconde:
«Devo migliorare in tutto: letture offensive, solidità difensiva, tiro da tre».
L’obiettivo è diventare un giocatore completo, affidabile su entrambi i lati del campo, capace di incidere sempre, in ogni contesto.
La Brianza e Cantù restano casa
La distanza pesa, soprattutto dagli affetti:
«Mi mancano tantissimo i miei genitori e i miei amici. Quando ho due giorni liberi torno sempre».
Cantù resta un punto fermo, una radice impossibile da tagliare.
Cantù nel cuore e il rimpianto del Pianella
I ricordi biancoblù sono indelebili:
lo scudetto Under 16, coach Totò Visciglia, fondamentale per la crescita umana e sportiva, e coach Pancotto, con cui è arrivato l’esordio in Serie A.
Un solo rimpianto resta:
«Non aver vissuto il Pianella con il tifo infuocato degli Eagles».
Ma l’identità non cambia:
«Cantù per me sarà sempre casa».





