Non è più in panchina, ma è ovunque. Gregg Popovich, il coach con più vittorie nella storia NBA, ha reinventato il suo ruolo a San Antonio dopo l’ictus del novembre 2024 e il successivo ritiro dalla guida tecnica. Il titolo ufficiale è presidente delle operazioni basketball, ma quello reale — quello che i giocatori usano tra loro — è “El Jefe”. E racconta meglio di qualsiasi organigramma cosa rappresenta ancora per questa squadra.
Una presenza silenziosa che si fa sentire ovunque
Mitch Johnson è l’head coach degli Spurs, con piena autonomia sulle decisioni tecniche quotidiane. Popovich non interferisce, non sovrascrive, non occupa spazio che non gli appartiene. Ma quando la squadra atterra a San Antonio dopo una trasferta, il suo posto è spesso già lì ad aspettarli. I giocatori hanno imparato a riconoscere la sua macchina nel parcheggio. Quando c’è, sanno che è disponibile.
Carter Bryant, rookie ventenne che ha conquistato un posto fisso nella rotazione di una squadra da 62 vittorie, riceve messaggi da Popovich quasi dopo ogni partita. “A volte mi chiama così in fretta che siamo ancora negli spogliatoi e non riesco nemmeno a rispondere”, ha raccontato. “Gli parlo per telefono tre volte a settimana.” Devin Vassell, uno dei veterani del gruppo, cerca il suo angolo nell’arena quando sa che El Jefe è presente. Perché le conversazioni con lui, dice, rimettono sempre le cose al loro posto: “Ti dice la verità. E quella è l’unica cosa di cui hai bisogno.”
Il modello è preciso: ogni giocatore ha un assistente coach assegnato per lo sviluppo tecnico e la gestione emotiva quotidiana. Gli assistenti principali bilanciano strategia e relazione con i giocatori. Johnson supervisiona tutto, fissa le priorità, mantiene i rapporti con il roster. Popovich riempie gli spazi che nessun altro ruolo riesce a coprire: il confronto senza agenda, la prospettiva più grande, la parola giusta nel momento giusto — detto da qualcuno che non è la voce che senti ogni giorno per 82 partite.
Victor Wembanyama e i giovani Spurs: El Jefe come ancora
L’episodio che racconta meglio la natura di questo ruolo risale a pochi giorni fa. Victor Wembanyama era stato espulso in gara-4 della serie contro i Minnesota Timberwolves per un colpo al collo di Naz Reid. Quando l’aereo degli Spurs è atterrato, Popovich era lì ad aspettarlo. “Forse voleva rendere il messaggio ancora più impattante essendo presente fisicamente”, ha detto Wembanyama. “Quando parla, tutti ascoltano.”
Non è un episodio isolato. Popovich appare nelle sessioni video — Vassell ha confermato che ha partecipato attivamente a una recente analisi tattica — ed è presente in palestra almeno quattro volte a settimana per la riabilitazione dall’ictus, spesso con Tim Duncan o altri ex Spurs di passaggio. RC Buford, CEO della franchigia, ha descritto quella presenza come qualcosa di organico, non pianificato: Duncan va in palestra perché vuole stargli vicino, non perché qualcuno glielo chieda.
Per Bryant, l’effetto concreto è stato liberarsi di una pressione che stava togliendo leggerezza al suo gioco. Popovich gli ha detto di giocare libero, di divertirsi, di essere grato. “Ti sta parlando di vita”, ha detto il rookie. “E a volte hai bisogno di sentire certe cose da qualcuno che non è la tua voce quotidiana.”
