Jason Collins, ex centro con tredici stagioni di carriera in NBA e primo giocatore apertamente omosessuale in attività nei principali sport di squadra nordamericani, si è spento all’età di 47 anni dopo aver combattuto per otto mesi contro un glioblastoma al quarto stadio, una forma aggressiva e inoperabile di tumore al cervello. La famiglia ha confermato che Collins è deceduto nella propria abitazione, circondato dai suoi cari.
Una carriera lunga tredici stagioni
Scelto come 18ª chiamata assoluta al draft 2001 dopo il percorso universitario a Stanford, Collins ha disputato complessivamente 735 partite di regular season e 95 di playoff, vestendo le maglie di New Jersey Nets, Brooklyn Nets, Memphis Grizzlies, Minnesota Timberwolves, Atlanta Hawks, Boston Celtics e Washington Wizards. Apprezzato soprattutto per la leadership e l’esperienza che portava nello spogliatoio, dopo il ritiro ha proseguito il suo legame con la lega nel ruolo di ambasciatore del programma NBA Cares.
Un’eredità che va oltre il campo
Nel 2013 Collins ha segnato un momento storico per lo sport mondiale facendo coming out pubblicamente, abbattendo barriere significative non solo nella NBA ma anche nelle altre grandi leghe professionistiche statunitensi — NFL, NHL e MLB. Collins aveva spiegato di voler semplicemente essere trasparente, dare rappresentanza a chi si sentiva diverso e aprire un dialogo fondamentale sull’inclusione nel mondo dello sport.
Dopo la diagnosi, Collins aveva parlato apertamente della sua malattia e si era recato a Singapore per sottoporsi a trattamenti sperimentali di immunoterapia personalizzata, nella speranza di contribuire ai progressi della ricerca. Alla fine aveva scelto di tornare a casa per trascorrere il tempo rimanente insieme alla famiglia. Lascia il marito Brunson, i genitori e il fratello gemello Jaron, anch’egli ex giocatore NBA.
