
Durante l’Euroleague Head Coaches Board di Atene abbiamo potuto parlare in esclusiva con Kostas Chatzichristos (Head of Performance dell’Olimpia Milano) per analizzare un pò il suo lavoro e la stagione biancorossa.
Si è conclusa la tua prima stagione a Milano: è andata come ti eri immaginato?
Quando si arriva a Milano, quello che ci si aspetta sempre è la vittoria. Tutti ne hanno consapevolezza, è il motivo per cui questo club è nato e continua a mantenersi a un livello così alto. Non sono sorpreso di aver conquistato trofei (Triplete nazionale con Supercoppa, Coppa Italia e Scudetto, ndr): è in linea con gli obiettivi che l’Olimpia fissa ogni anno. In EuroLeague poteva andare meglio ma siamo alle prime fasi di un nuovo progetto, lo avevamo messo in conto: non si può dire che non sia stato un anno di successo.
Non ti capitava da oltre un decennio di assistere dall’interno a un cambio di head coach a stagione in corso…
Sono in giro ormai da troppo tempo per non aver già vissuto cose simili (ride, ndr)… Noi preparatori abbiamo continuato a lavorare alla stessa maniera: ogni capo allenatore può avere pensieri differenti riguardo la gestione dei giocatori a disposizione, ognuno ha la sua filosofia, ma da parte nostra deve esserci sempre la capacità di essere di supporto. Non ci sono stati scossoni evidenti nel nostro rapporto con gli head coach.
C’è stato una partita o un particolare momento della stagione in cui ti sei sentito particolarmente orgoglioso del tuo lavoro fatto da Head of Performance?
Prima di tutto, l’Olimpia Milano è una grande squadra non solo quando scendono in campo i giocatori: il livello di professionalità di medici, dottori, fisioterapisti è davvero alto. Proprio per questo, il momento in cui gli obiettivi di tutti coincidono è la vittoria: quando concludi una competizione e alzi il trofeo, quello è l’istante in cui puoi davvero celebrare. In squadre del genere non puoi considerare “vittoria” il recupero di un giocatore da un infortunio o una banale partita vinta: si può parlare di successo quando la squadra vince un trofeo. Lo stesso discorso vale per tutto il performance team: i nostri riconoscimenti si basano su quello che la squadra ottiene in campo.
Rispetto a quello che avevi percepito incontrandola con squadre estere, che percezioni hai avuto lavorando nella pallacanestro in Italia?
Non posso dire di essere arrivato con aspettative troppo specifiche. Quando subentri in un contesto nuovo si tratta di mantenere la mentalità il più aperta possibile per cercare di assorbire gli aspetti culturali del Paese, per scoprire il livello delle competizioni locali. Che sia Grecia, Turchia, Russia o Italia (tutte le nazioni in cui Chatzichristos ha lavorato come preparatore atletico professionista, ndr), ognuna ha le proprie caratteristiche ambientali, così come le tendenze di coach e giocatori. Il preparatore deve rendersi conto di quale siano i ritmi delle partite giocate nei campionati nazionali e cercare di adattare in fretta il lavoro con la squadra: non posso aspettarmi che mi sia dato troppo tempo per ragionare, devo trovare il compromesso rapidamente.
Nel clinic di Atene hai mostrato la schedule dell’Olimpia Milano 2025/26 a cavallo tra dicembre e gennaio: 17 sedute di allenamento e 20 partite in 61 giorni. Qual è l’aspetto più complicato da digerire e da gestire per chi prepara i giocatori a performare senza correre rischi?
Non possiamo sottrarci a questo congestionamento: sappiamo che le squadre di EuroLeague tengono questi ritmi, non è una sorpresa. Proviamo ad abituarci sfruttando i sistemi che aziende come Kinexon forniscono per monitorare tutti i parametri fisici dei giocatori tra allenamenti e partite. Il lavoro a stretto contatto tra staff, coach e management ormai ha una base settimanale, non avrebbe senso guardare troppo oltre: la programmazione di viaggio, recupero, allenamento, differenziazione di lavoro tra chi ha giocato un certo numero di minuti. Nel nostro campo, in questo momento, è una delle sfide più grandi.
Negli anni al Fenerbahce hai lavorato con due cardini del recente passato e/o del prossimo futuro di Milano come Nicolò Melli e Devon Hall: cosa ci puoi raccontare di questi due giocatori nel “dietro le quinte” quotidiano?
Posso dire solo cose buone. Sono giocatori duri, tosti, nel miglior senso del termine. Sono davvero esigenti in ciò che richiedono a sé stessi e a chi sta loro intorno pur di essere la miglior versione di sé quando si alza la palla a due. Pretendono tanto da giocatori, coach, staff: è quello che fanno i grandi giocatori. È stato un piacere lavorare con entrambi, per fortuna ora ho la possibilità di ritrovare Devon. Averlo a Milano è un aspetto solo positivo: il livello di professionalità che possiede e sa trasmettere ai suoi compagni è quello richiesto per stare al top in EuroLeague.