Nel corso di un’intervista concessa a sul Corriere di Bologna, coach Luca Banchi, oltre a presentare le imminenti Final Eight di Coppa Italia, unico trofeo che manca alla bacheca della Virtus Bologna targata Massimo Zanetti, e dare un giudizio sulla stagione europea della Virtus Bologna, ecco un estratto delle parole di Banchi.
Sulla pressione di vincere la Coppa Italia
La squadra è consapevole che si gioca per vincere: è un torneo particolare, ci si nutre di vittorie ogni 24 ore, anche se le ultime sette volte ha vinto la Coppa chi ha giocato la prima semifinale.
Sulla chiamata della Virtus
Quando mi ha chiamato la Virtus ero fuori dall’Eurolega da sei anni, il mio nome non scaldava più nessuno. Dicevano: ma davvero va Banchi dopo Scariolo? Mai avuto dubbi che qui il potenziale fosse di alto livello. Sono stati bravi i giocatori a percepire il senso di urgenza che il mio arrivo a Bologna significava e a voler vivere una stagione speciale. Non siamo i più talentuosi ma siamo degni di essere sostenuti e di rappresentare la storia del club. Un paragone potrei farlo con l’annata a Milano, quando andammo ai playoff per sfidare il Maccabi e il Forum era un muro rosso.
Sul segreto della sua Virtus
Il merito della squadra è stato di unirsi e poi stringere un legame col pubblico, con i tifosi. Chi ci guarda apprezza il nostro atteggiamento, la dedizione, e credo che il “modo” in cui le nostre vittorie in Eurolega sono arrivate abbia creato una certa atmosfera. Giro le città e sento affetto per quello che stiamo facendo in Europa: oggi siamo il simbolo del basket italiano, dove giochiamo si riempie il palasport, rappresentiamo il desiderio di avere un club al vertice dell’Eurolega, al di là dei campanili. La Segafredo Arena è diventata la nostra corazza dei supereroi: tuttavia sappiamo che lo sport è fatto di episodi e semplicemente siamo stati bravi a indirizzarli a nostro vantaggio.
Sulla stagione dei veterani
Sarei matto se non parlassi con Belinelli, uno con vent’anni di esperienza dalla NBA all’Europa. Non devono mancarmi la curiosità, la ricerca, la voglia di sperimentare. Devo prendere ciò che atleti come Marco, come Hackett, come Shengelia, portano in palestra e renderlo patrimonio della squadra. E poi via, non sono mica solo rose e fiori: a volte mi mandano anche a quel paese.
Un retroscena sulla nazionale lettone
Ho sempre pensato che uno allena dove lo chiamano. In Lettonia ho costruito una struttura, ho detto no al Baskonia per poter continuare il lavoro ai Mondiali: con che faccia avrei potuto guardare i giocatori se li avessi abbandonati? In un Paese così piccolo occorrono passione per scovare talenti in leghe minori e creatività per costruire su di loro. E il risultato è stato decisivo per rinfrescare l’opinione che il mondo del basket aveva di me come coach.





