Nell’ultima puntata del nostro podcast Backdoor Call, abbiamo parlato dell’importanza dell’NCAA insieme a una persona che questo contesto l’ha più volte vissuto da vicino, ovvero Marco De Benedetto. L’ex GM della Germani Brescia ci ha spiegato cosa rende l’esperienza dei college americani magica, sia per gli appassionati che per un esperto e professionista come lui. Di seguito vi lasciamo la puntata, e l’estratto del podcast in cui ne abbiamo parlato.
Ascolta “Backdoor Call (ep.21), NCAA: cosa significa “March Madness”” su Spreaker.
Per capire la magia dell’NCAA invito chiunque possa farlo un giorno a vedere anche solo una volta una partita di college negli Stati Uniti. Un college qualunque, perché ci si rende conto di due o tre fattori che poi sono determinanti. Il primo è il senso di appartenenza vera. Quando si dice che negli Stati Uniti lo sport è poco sentito ed è visto come uno spettacolo, è vero, ma andando a vedere partite di college si può capire l’identificazione di una comunità verso la propria squadra.
In una nazione come gli Stati Uniti, l’NBA copre 30 (forse tra poco 32) grandi città che rappresentano un’elite. Mentre invece c’è tutto un territorio sterminato, che non ha la possibilità di avere una squadra NBA. Quello che c’è in tutto il territorio in modo capillare è proprio la presenza dei college e degli atenei. Con strutture incredibili rispetto a quelle a cui siamo purtroppo abituati noi, permettono di portare avanti cultura sportiva e capacità di produrre sport in tutti gli sport possibili e immaginabili. Perché i college della cosiddetta Division One, che sono tantissimi (più di 300 scuole), sono scuole che danno borse di studio per chiunque abbia un talento e voglia riuscire ad esercitarlo fino in fondo.
Quindi il percorso di chi riesce ad abbinare il proprio talento con il percorso di studi è un qualcosa di magico. L’atmosfera, le strutture sono un qualcosa di magico. Quello che si crea è una cosa indimenticabile, perché si abbina agli anni più belli della propria vita la storia del college. Che è una storia vincente, e vincente da sempre. Questo torneo di 68 squadre è una cosa pazzesca.
Se guardate quante personalità americane si mettono a compilare il loro bracket della March Madness, da Obama in giù, c’è chiunque. Ed è una cosa fatta sì come gioco, perché l’imprevedibilità di questi tabelloni fa la fortuna degli scommettitori. Ma crea veramente un’attenzione pazzesca, perché sono presenti squadre in realtà in cui si identificano la maggior parte degli americani.




