Servono tanti investimenti, vero, ma non è che forse si sta un po’ sottovalutando il fatto che chi investe così tanti soldi nel creare dei roster di EuroLeague, nel creare un certo tipo di spettacolo, dovrebbe prevedere un rientro determinato degli investimenti stessi? Dall’esterno pare che si spenda 100 ma si rientri per molto meno. c’è questo ragionamento o no?
In EuroLeague c’è desiderio di provare a cambiare le cose. Non tocca a me anticipare niente, ma in quanto membro della commissione di lavoro posso dire che stiamo studiando un nuovo modello di Financial Fair Play che presenteremo molto presto a tutti i club. Dobbiamo cercare di puntare verso modelli gestionali sempre più sostenibili, senza magari impedire come fa l’NBA alle squadre che vogliono spendere di spendere. Alla fine, questo è il segreto delle leghe americane, non solamente nel basket: si cerca di puntare alla sostenibilità del progetto e portare le squadre in questa dimensione a essere più vicine nel gap gestionale che le contraddistingue. Il tema di una maggiore sostenibilità delle squadre di EL è sul tavolo, è una questione che sta a cuore a tutti i club, che verrà portata avanti spero in maniera decisa nei prossimi mesi. Confermo che siamo molto attenti a questo aspetto del problema: non puoi pensare di andare avanti sviluppando un ecosistema che produce solo perdite importanti. La parola magica è sempre equilibrio.
Un altro lodo importante per EuroLeague è la fuga in NBA dei talenti: abbiamo perso gli ultimi 2 MVP, abbiamo perso Exum e forse altri… Come si può pensare non di impedire la fuga, sarebbe impossibile per giocatori di quel livello e con quelle opportunità, ma di trovare nuovi equilibri? I grandi giovani puntano direttamente all’NBA. Star conclamate anche avanti con gli anni puntano all’NBA. Giocatori che fanno un’ottima stagione, alla Exum, hanno il pallino dell’NBA. Come impedire di impoverire una competizione pazzesca come è EuroLeague?
Avere la formula giusta, almeno in questo momento, non è facile ma è sicuramente un problema molto delicato. Fondamentale per il futuro del basket in generale, non solamente in EuroLeague o in Europa ma a livello internazionale. È un problema che va considerato nella sua globalità. È bellissimo quando vedi che il 25% dei giocatori in NBA sono international, è altrettanto vero che bisogna lasciare al giocatore la libertà di puntare un obiettivo del massimo livello, deve poter puntare al raggiungimento dei sogni nella propria professione. Ci sono però altre cose da valutare: pochi anni fa il roster NBA partiva a inizio anno da 12 giocatori per arrivare potenzialmente a 14, ora il roster NBA non finisce più. Tra contratti two-way, Exhibit-10, G League: una franchigia NBA gestisce decine di giocatori. Se si pensa a una possibile espansione, per di più, la situazione del mercato internazionale è sempre più debole. Gli stakeholders di questo quadro devono iniziare a considerare la gravità del problema, l’importanza del problema, altrimenti diventa sempre più difficile trovare chi decide di investire nello sviluppo dei giocatori. Abbiamo bisogno che ci siano sempre società che vogliono investire sui giovani, sviluppare talenti. Un segnale preoccupante è stato il Mondiale U19: uno vede la Spagna, la Francia e la Turchia arrivare davanti agli USA e ci si rende conto che la qualità del Draft del prossimo anno potrebbe includere 10-15-20 giocatori internazionali. Ciclicamente anche gli americani possono avere annate non particolarmente valide, ma il talento viene rastrellato ora un po’ da tutte le parti. Bisogna lavorare in funzione di ricompensare chi lavora per creare giocatori, non c’è niente da fare. Il come è da vedersi, ma la questione è delicata, bisogna affrontarla sia per chi ha non troppe risorse che per chi di risorse ne ha di più. Dobbiamo permettere ai giocatori di rincorrere i loro sogni ma tutelare meglio quello che in questo momento non riusciamo a tutelare.





