COME SI SCRIVE LA STORIA
COY nel 2002 e campione NBA nel 2011, l’allenatore di Odgensburg ha costantemente modellato e modificato la considerazione attorno al Doncic giocatore. Quale ruolo garantire a una delle future star della NBA? Affidargli da subito chiavi, motore e carrozzeria dell’intero parco auto o aumentare gradualmente la sua centralità, facendogli assaporare le tute sporche di grasso come l’ultimo dei meccanici? Già dall’inizio della seconda stagione, i segnali sono inequivocabili: Luka è padre padrone della macchina offensiva di Dallas. Punti, rimbalzi, assist, tentativi dal campo, possessi gestiti palla in mano. In quasi tutte le voci statistiche, Luka è dominante tra i compagni di squadra. Nel corso dell’anno, ad aumentare la competitività dei texani all’interno dell’intricatissima Western Conference arriva un altro talento. Per certi versi simile a Luka, ma da sempre tormentato da ginocchia fragilissime. Bianco. Europeo. Biondino. Il binomio Doncic-Porzingis è tra i più affascinanti: i due si affacciano alla postseason e alla bolla di Orlando sotto buoni auspici, almeno sino a che Kristaps non si ferma nuovamente. La serie contro i Clippers pare dunque segnata in partenza. In uno spot di squadra, non è pensabile che un singolo possa ribaltare il pronostico unicamente con la propria grandezza, per quanto Diego Armando Maradona a Messico ’86 e la Gioconda di LeBron in gara 7 del 2016 si avvicinino tremendamente. Los Angeles vince la serie 4-2. Ma se chiedete agli appassionati quale momento è da incastonare negli annali, la risposta è unanime. Gara 4. Buzzer beater. Fuori discussione.

Risulta quasi noioso sorprendersi ogni volta delle gesta di Luka. Ormai lo sappiamo, è sei anni che controlla ogni partita cui prende parte. Che sia con la maglia del Real Madrid. Che sia una commovente campagna europea con la Nazionale slovena al fianco di Goran Dragic, culminata con l’alloro del 2017. Che sia in maglia Mavs, condotti nuovamente per mano ai playoff seppur privi dello star power di altre credibili contendenti. Sorprendiamoci sì, perché il suo nome compare in pochissimi MVP ladder: ormai le cifre dello sloveno sono date per scontate, balzano meno all’occhio. Il potere delle abitudini. Sorprendiamoci sì, perché vederlo ondeggiare sinuosamente tra i corpaccioni scolpiti dei pitturati americani ci regala un barlume di magia. Sorprendiamoci sì, perché la grandissima parte delle inquadrature ci regalano l’immagine di un ragazzo che, quando ha la palla in mano, si diverte genuinamente, comunicando la stessa gioia e passione per la pallacanestro che può vivere il più minor dei Minors. Sorprendiamoci sì, perché le escandescenze e i momenti in cui non riesce a trattenere l’emotività dei suoi ventuno anni ci ricordano che l’uomo non è esclusivamente una macchina biologica. È qualcosa di più. Sentimento. Emozione. Eccesso. Anima. Perché così non se ne sono mai visti. E Dio solo sa quanto ci vorrà per vederne ancora.





