FLUSSO DI COSCIENZA
Zeljko Obradovic: super competitivo, perfezionista iper-competente (se i giocatori eseguono alla lettera i set disegnati dallo staff del serbo, state certi che la palla entrerà nel cesto), disposto a difendere alla morte le tue esigenze e interessi anche extra campo se percepisce la tua stessa voglia di gettarti nel fuoco per la vittoria di squadra. Uno con cui magari i dialoghi nel corso di un paio di anni si contano sulle dita di una mano ma che si sobbarca un solitario viaggio in macchina di migliaia di chilometri per non mancare al tuo matrimonio. Un allenatore che insegna a godersi davvero le vittorie e i momenti gratificanti: perché disperarsi e rimuginare in seguito alle sconfitte se le vittorie non ci regalano emozioni altrettanto forti? Che si tratti di una President Cup, una Supercoppa turca o la finale di Eurolega, ogni partita di Zeljko è alimentata dallo stesso fervore, trasmesso inevitabilmente ai propri giocatori. Tutti hanno in mente le sfuriate dell’attuale coach del Partizan. Tutti ci ricordiamo almeno un suo time-out in cui, per così dire, catechizza i propri atleti. A farne le spese possono essere tutti, da veterani come Gigi Datome a giovani come Yam Madar. Il messaggio è chiaro: Ragazzi, voi siete la mia squadra ma non ho bisogno di voi per perdere, potrei farlo con molti altri. Se volete perdere, quella è la porta: io con voi voglio vincere! Vi ho voluto qui per quello! Condividere con lui il dolore della sconfitta contro il Real ha aggiunto un ulteriore tassello al puzzle di Nik. Sarebbe stato troppo bello per essere vero: la decima Eurolega di Obradovic, conquistata sul parquet che lo ha visto nascere. Troppo bello. Non basta il ricordo dei 28 punti: Nik non ne vuole sapere, neanche a distanza di anni. Ti capiamo, Nik.

Ai tempi di Arlauckas, i trent’anni erano un traguardo fondamentale per capire quanto ti restava fisicamente per garantirti una stabilità ad alto livello. Con le terapie e la cura del corpo garantita ad atleti professionisti, negli ultimi anni si è raggiunto un livello di conoscenza inimmaginabile sino a poco tempo prima. Lo sa bene Nicolò Melli: la rottura del crociato a Regio Emilia, il tempo minimo di recupero stimato in quattro mesi trasformato in breve nella pausa massima che si sarebbe concesso pur di tornare a giocare hanno rappresentato la prima sfida con sé stesso dell’allora diciassettenne Nik. Da quel momento in poi, Melli ha imparato a soddisfare le richieste del proprio fisico: i momenti di riposo quando necessario, le sette ore di sonno ogni notte. Sul corpore sano, pochi dubbi. Sulla mens sana, l’uso e le considerazioni di Melli riguardo al giornalismo e i social media dovrebbero essere materia di seminari universitari nelle facoltà di comunicazione.
Se qualcuno ha da dirmi qualcosa me lo dice in faccia, è compito solo del coach correggere e giudicare il mio gioco, non del giornalista o del tifoso!
È solo una delle perle dispensate da un uomo, prima ancora che un atleta, conscio dei pericoli annidati nelle pieghe di piattaforme infestate da giudizi e dinamiche tossiche, perpetrate nel nome della millantata libertà di pensiero.
Il tifo per l’Inter. Il sogno di diventare giocatore di beach volley, infranto dalla nebbia dell’inverno emiliano. L’orgoglio di essere diventato atleta olimpico come la mamma pallavolista. Il sogno di partecipare a Los Angeles 2028, per vivere l’esperienza a cinque cerchi nella stessa città dove Julie Vollertsen lo fece nel 1984. L’importanza della vicinanza con Basket City per la formazione di una cultura cestistica nella mente di Nik. L’esperienza col podcast. Il sodalizio con Gigi Datome. L’importanza della lettura e dell’approfondimento politico, per non perdere il contatto della realtà nonostante la quotidianità frenetica di un atleta professionista sballottato nella centrifuga delle competizioni cestistiche nazionali ed europee. Di fronte allo schermo, si ha la sensazione di conoscere un uomo, un padre, un campione. Una persona a tutto tondo, che dispensa aneddoti e consigli su ogni aspetto dell’esistenza. Al quale vorresti affidare le chiavi della tua squadra del cuore, per traghettarla verso lidi assolatissimi. Giorgio Armani lo sa. Stavropoulos anche. Per non parlare di Ettore Messina. Perché di Nicolò Melli non se ne sono visti tanti. E pochi altri se ne vedranno. Una volta ce lo si è fatto sfuggire. Perseverare diabolicum.





