Ettore Messina è l’ultimo protagonista della serie Signature Players lanciata dall’Eurolega, in cui i grandi allenatori e protagonisti del basket continentale scelgono cinque giocatori che hanno segnato la loro carriera. Per Messina la scelta è ricaduta su Manu Ginobili, Trajan Langdon e Matjaž Smodiš — tutti e tre legati agli anni alla Virtus Bologna — più Gigi Datome e Sergio Rodriguez, protagonisti del recente ciclo all’Olimpia Milano.
Da Bologna a Milano: i cinque che hanno lasciato il segno
Su Ginobili, Messina sottolinea soprattutto la dimensione mentale: un giocatore dotato tecnicamente e atleticamente, ma capace di trasformare anche i momenti difficili in energia positiva.
«Era molto competitivo, con grandi qualità tecniche e atletiche. Ma la cosa che mi ha sempre colpito è il modo in cui ha saputo affrontare i momenti negativi — una partita storta, un errore — rispondendo sempre in maniera costruttiva.»
Langdon viene descritto come un giocatore di rara lucidità, perfettamente consapevole dei propri mezzi e dei propri limiti. Messina non si sorprende affatto della carriera dirigenziale che l’ex guardia sta costruendo ai Detroit Pistons.
«Un computer. Sapeva esattamente cosa sapeva fare e cosa no. Grande lavoratore, ma soprattutto una calma in campo fuori dal comune. Non avevo dubbi che avrebbe avuto successo anche in un ruolo di front office.»
Di Smodiš Messina ricorda le mani, il footwork, la leadership e una durezza mentale che emergeva soprattutto nelle partite che contavano. Un giocatore che ha dovuto fare i conti con continui problemi fisici, ma che non ha mai smesso di incidere nei momenti decisivi.
Per Datome, l’allenatore evoca soprattutto il sodalizio con Rodriguez e la capacità di farsi trovare pronto negli angoli. Un giocatore che ha chiuso la carriera nel modo migliore possibile — da MVP in una serie playoff contro la Virtus Bologna — lasciando, secondo Messina, un’impronta duratura nella storia dell’Olimpia.
Infine Sergio Rodriguez, che Messina aveva già provato a riportare in Europa quando era a Madrid. El Chacho viene ricordato non solo per la qualità del gioco, ma per la capacità di trascinare tutto l’ambiente — compagni, organizzazione e pubblico — con un’energia e una gioia contagiose.
«Lo vedevi buttarsi per terra al primo minuto di qualsiasi partita di Eurolega, cose che in NBA non succedono. Spingeva tutti a dare il massimo. Anche lui ha lasciato la sua impronta a Milano.»



