L’estate NBA non si misura soltanto dai grandi nomi che cambiano casacca. Certo, Jaylen Brown ha lasciato Boston, Ja Morant è stato ceduto da Memphis a Portland, LaMelo Ball e Kawhi Leonard si sono spostati rispettivamente verso Minnesota e Toronto mentre Giannis Antetokounmpo ha preso la direzione di Miami. Ma accanto ai movimenti delle superstar, ci sono operazioni meno appariscenti che possono rivelarsi decisive. Ecco cinque mosse dall’ottimo rapporto qualità-prezzo realizzate finora in questa free agency.
Houston blinda Tari Eason senza strapagarlo
Il meccanismo della free agency ristretta continua a penalizzare i giovani. La scorsa estate diversi giocatori si sono trovati senza accordo fino a fine stagione: qualcuno, come Quentin Grimes a Philadelphia, ha accettato la qualifying offer per poi firmare con i Lakers; altri, come Josh Giddey a Chicago, hanno poi trovato intese pluriennali. Jalen Duren, fresco di prima convocazione All-NBA, è ancora in trattativa con Detroit, che può pareggiare qualsiasi proposta esterna.
I Rockets, dal canto loro, hanno chiuso in anticipo la questione Eason: contratto quinquennale da 81,5 milioni di dollari con player option sull’ultima annata, partendo da un ingaggio inferiore alla mid-level exception. Houston ha una filosofia consolidata di rigore con i propri restricted free agent. Alperen Şengün firmò sotto il massimo salariale. Jabari Smith Jr. prolungò a cifre contenute.
Eason porta con sé qualche problema fisico e un tiro non sempre affidabile, ma è un giocatore devastante in transizione e un difensore di altissimo livello sul perimetro. Il suo stipendio per il 2026-27 si aggirerà intorno ai 14 milioni di dollari, una cifra paragonabile a quella di centri di riserva come Jack Landale o Robert Williams III, non certo di ali capaci di chiudere le partite giocando 25 minuti a sera.
Charlotte fa il colpo con O’Neale, Allen e le scelte al draft
Phoenix ha concluso diverse operazioni interessanti quest’estate. Ha rinnovato Collin Gillespie con un quadriennale da 48 milioni — 12 milioni a stagione per un playmaker-tiratore affidabilissimo, in un mercato dove Ayo Dosunmu ne percepisce 22 e Coby White quasi 25. Ha inoltre blindato pure Jordan Goodwin, guardia grintosa e difensivamente solida, per appena 19 milioni in tre anni.
Tuttavia i Suns hanno anche commesso un passo falso che ha favorito enormemente gli Hornets. Charlotte ha ricevuto Royce O’Neale, Grayson Allen e una prima scelta 2033 non protetta, cedendo in cambio di Miles Bridges, una prima del 2029 e una seconda del 2027. L’operazione ha alleggerito il salary cap di Phoenix nel breve periodo, ma il sollievo potrebbe essere effimero: Bridges è eleggibile per un’estensione che potrebbe eguagliare gli stipendi combinati dei due giocatori ceduti.
Allen e O’Neale sono tiratori da tre punti e difensori importanti sul perimetro; Allen ha anche ampliato il proprio ruolo di playmaker nella scorsa stagione. Bridges, al contrario, presenta un tiro incostante, una difesa altalenante e la tendenza a trattenere troppo il pallone. Il vero tesoro per Charlotte, però, sta nelle scelte al draft: tra gli scambi di Ball e Bridges, gli Hornets hanno accumulato due prime scelte non protette e altre tre ottenute tramite trade. La scelta ceduta in cambio — una prima del 2029 che sarà la peggiore tra Cavaliers, Timberwolves e Jazz, con protezione sulle prime cinque — non ha un valore paragonabile.
Miami, dopo aver accolto Antetokounmpo cedendo gran parte del roster a Milwaukee, si è ritrovata con margini salariali ridottissimi e la necessità urgente di tiratori. Tim Hardaway Jr., reduce da una stagione a Denver con il 41% dall’arco su quasi sette tentativi a partita, ha firmato un contratto annuale da 6,5 milioni di dollari. Con Antetokounmpo e Bam Adebayo dominanti dentro l’area, e senza potersi permettere il ritorno di Norman Powell, gli Heat avevano bisogno esattamente di un veterano con quel profilo. Hardaway, già passato per Detroit e Denver sempre nel ruolo di specialista del tiro, rappresenta una soluzione concreta a costi contenuti.
A New York, Landry Shamet ha rinnovato con un quadriennale da 24 milioni di dollari, una cifra che lo colloca al di sotto di giocatori come Ousmane Dieng. Eppure Shamet è stato protagonista della corsa al titolo dei Knicks: durante le finali di Eastern Conference ha realizzato 11 triple su 12 tentativi. Nelle due stagioni precedenti aveva giocato con contratti minimi non garantiti, prima di diventare un elemento stabile della rotazione di coach Mike Brown, capace di chiudere partite di playoff e assumersi compiti difensivi importanti.
I Knicks avrebbero potuto perderlo: la franchigia si era autoimposta un tetto per non superare la soglia del “secondo anello” del salary cap, tanto da lasciar partire Mitchell Robinson e da riportare Jose Alvarado a cifre inferiori rispetto alla sua player option. Shamet avrebbe potuto ottenere di più altrove, ma ha scelto di restare con i campioni.
Per la prima volta da tempo, infine, altre dirigenze hanno potuto approfittare della necessità di Oklahoma City di tagliare il monte ingaggi. I Thunder hanno dovuto separarsi da riserve affidabili come Isaiah Joe e Aaron Wiggins, entrambi ceduti in cambio di semplici coppie di seconde scelte al draft.
Il fatto che i due fossero rimasti fuori dalla rotazione playoff di OKC non rifletteva limiti individuali, bensì la profondità impressionante del roster dei Thunder. Wiggins sa crearsi il tiro dal palleggio, difendere su ali fisiche e inserirsi negli schemi di squadra; Joe è cresciuto come difensore e tira stabilmente sopra il 40% da tre. Atlanta pagherà Wiggins 25 milioni in tre anni, Detroit verserà a Joe circa 23 milioni in due stagioni, con opzioni per l’ultimo anno in entrambi i casi.
Hawks e Pistons hanno così aggiunto elementi versatili, economici e pronti per la rotazione, spendendo soltanto qualche scelta al secondo giro ciascuno. Un esempio perfetto di come le dinamiche salariali NBA possano creare occasioni d’oro per chi sa coglierle.
