NBA: I ‘destini incrociati’ di Melo, Knicks e Timberwolves

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso il viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passando per un ponte levatoio sconnesso…
Ci si immerge a capofitto in un groviglio di intrecci che coinvolge squadre e giocatori NBA uniti da quel filo rosso che rappresenta la sottigliezza dei gradi di separazione tra gli sconosciuti. Il nostro percorso di ricostruzione parte da due eventi recenti: da un lato l’intervista rilasciata da Carmelo Anthony al Woj nel suo podcast, dall’altro l’esonero di coach Saunders da parte di Minnesota. Nel mezzo, un lungo tramestio di eventi sospesi, di what if che racchiude l’essenza degli ultimi 20 anni di NBA, per due squadre (attualmente) perdenti e che, come nel “Castello” immaginato da Calvino – che ci accompagna nella narrazione – hanno un destino incrociato ed associato ad un solo nome: Latrell Sprewell.

New York Knicks vs. Minnesota Timberwolves Tickets Madison Square Garden New York

LA MALEDIZIONE DI NEW YORK E MINNESOTA

C’è un modo colpevole di abitare la città: accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli.
Quando il Woj ha chiesto a ‘Melo quale fosse il suo pensiero – a posteriori – sulla trade che nel 2011 lo portò a New York, la sua risposta, laconica ma mai banale, lo ha visto convinto sul fatto che tale evento fosse stata la cosa giusta al momento giusto. La realtà dei fatti dice che quella New York, forse l’ultimo nucleo vincente che si ricordi al MSG, era ancorata ai muscoli e agli occhiali di Stoudemire, ma soprattutto aveva un nucleo di giovani con la faccia tosta in rampa di lancio, pacchetto offerto sul piatto di Denver per avere Anthony e il suo status di superstar. Quella di quest’anno per gli arancioblu è davvero manna dal cielo, seppur il record sia solo al 50% (18-18) e i protagonisti non siano esattamente quelli che ci si sarebbe aspettato, visto che Randle e Barrett non erano esattamente i giocatori da copertina. Tuttavia, forse per non smentirsi, non è un caso che la franchigia si sia appena ripresa una superstar – seppur del passato – come Derrick Rose. Il quadro si fa più interessante perché il coach dei Knicks è Tom Thibodeau, la cui ultima esperienza (negativa) era stata a Minnesota, dove sembrava che il suo ciclo da coach fosse abbondantemente alla frutta…

C’è un modo colpevole di abitare la solitudine: credersi tranquillo perché la bestia feroce è resa inoffensiva da una spina nella zampa.
I Timberwolves hanno forse uno dei migliori lunghi in circolazione, Karl-Anthony Towns è davvero una di quelle superstar che ti possono far crescere. Magari ha dei problemi fisici al momento, il suo contributo è mancato, eppure ai Minnesota l’involuzione tecnica e societaria dell’ultimo periodo è stata non indifferente. Giravolte di scambi, giocatori che entrano ed escono, tanta confusione e assenza di un gioco corale che magari sopperisca alle carenze individuali. Che succede alla squadra che scopriva talenti, che metteva ferocia sul campo, che cercava sempre – anche troppo – il passaggio in più? Che poi anche Minnesota aveva provato a ricostruire con Thibs sul pino (che aveva portato Rose e Gibson con sé a caro prezzo) ma non è riuscita a ottenere risultati sperati, come questa stagione. Troppo facile darla addosso a Saunders, silurato senza troppi problemi dopo una stagione negativa sì, ma offuscata da infortuni e drammi esistenziali. Troppe volte Minnesota ha sprecato vantaggi anche importanti a poco dal termine, troppo poche le 7 vittorie a referto, assurda la scelta di affidarsi a un coach preparato come Finch tralasciando David Vanterpool, che magari aveva pochi anni sulle spalle, ma che era entrato nella testa dei suoi ragazzi dallo spogliatoio. A voler poi essere esageratamente schietti, avevano Jimmy Butler su cui costruire e lo hanno buttato via: ma questo è materiale per altre storie…

L’eroe della storia è colui che nella città punta la lancia nella gola del drago, e nella solitudine tiene con sé il leone nel pieno delle sue forze, accettandolo come custode e genio domestico, ma senza nascondersi la sua natura di belva.
Avrebbero bisogno di qualcosa di importante entrambe le squadre, Minnesota in particolar modo. Di un giocatore che sapesse, nel momento del bisogno, dare un aiuto ai compagni, uno che sia tosto in difesa e arrivi dal nulla, che abbia fame di vittorie. I T’Wolves avrebbero bisogno di una di quelle scosse che venivano da Garnett, quando caricava la squadra con due o tre sguardi cattivi che ti imponevano di alzare l’asticella. Se si pensa che oggi una cosa del genere possa venire da un D’Angelo Russell qualunque, allora il quadro è bello che fatto. Non diversa la situazione dei Knicks, che magari hanno in Randle un eroe ed in Barrett un eccellente giocatore che fa ben muovere il contesto – cosa che manca ai ‘lupi’ forse – ma a cui servirebbe un ingranaggio in più per rendere la tanto predicata difesa di Thibodeau efficace… La risposta accomuna – seppur col nostalgico ritorno al passato – entrambe le squadre, perché uno come Latrell Sprewell farebbe davvero comodo in un momento storico come questo.

Latrell Sprewell

La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista.
Se chiedessimo a un tifoso di New York qual è l’ultimo vero ricordo felice, credo che in tantissimi ci ricorderebbero della difesa di Sprewell che si danna l’anima e non solo contro gli Spurs, nei lontanissimi anni ’90. Perché l’ex Warriors, famoso anche e soprattutto per il tantissimo extra-basket, sapeva essere un giocatore devastante in difesa e anche in attacco nel momento del bisogno, ragionando come un leader vero che sapeva decidere le partite come un abile giocatore di scacchi. Curioso che dopo l’esperienza newyorkese sia andato proprio in quel di Minnesota, fresca di Garnett e sotto la guida di Sam Cassell, curioso che altre annate di gloria ne erano derivate da quel suo cuore combattivo e da quella voglia di non arrendersi mai che fiammeggiava nei suoi occhi spiritati o forse più.

Ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia, e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare.
È cosa pericolosa rimuginare ed essere sicuri, in questo stupisce la costanza con cui Carmelo Anthony parli seraficamente della bontà della sua scelta di andare a New York. Eppure i numeri di colui che aveva reso i Nuggets una grandissima squadra dopo i fasti degli anni ’80, parlano in maniera diversa di un campionissimo che ha sempre accentrato gioco e riflettori su di sé, fidandosi poco e male dei compagni e avendo sulle spalle quella scimmia di “loser” che non si è mai riuscito a togliere di dosso. Se parlano per lui le annate deficitarie a OKC e Houston, parzialmente sopperite dalla rinascita a Portland, quella dei Knicks sarebbe stata davvero la scelta giusta se avesse riportato quella squadra ai vertici, non necessariamente vincendo un titolo, ma regalando di nuovo emozioni ad un pubblico caloroso e amante del cuore del basket. Non si fa il futuro guardando (solo) la storia passata, ma il rimpianto è forte: accettando non il ruolo da primadonna di quei Knicks, avremmo potuto vedere le pagine di una dinastia che lo avrebbe messo al centro di Times Square. Se invece il nostalgico tifoso newyorkese rimpiange un soggetto pluri-pregiudicato e fermato più volte per droga e violenza, allora si può dire che è davvero bello (e auspicabile per tutti) un dolce e ben ammobiliato cantuccio in Oregon.

E se la storia si ripetesse di qui a breve? La voce, per non dire boutade, degli ultimi giorni apparsa in rete è quella di un progetto Knicks di acquisire Towns per diventare da subito una squadra da alte quotazioni ad Est. Avranno imparato la lezione o ancora una volta la necessità di un All-Star sarà la cosa fondamentale per New York, E di contro, Minnesota, che con una recente sconfitta è diventata la squadra con record più perdente della storia NBA, farà ancora un passo sbagliato ricostruendo nuovamente su un campo minato di macerie?

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