In un brevissimo lasso di tempo, le discussioni riguardanti la presenza di Andrew Wiggins (maledetti gli endorsement dei k-popper…) tra i titolari dell’All Star Game di Cleveland sono passate in secondo piano. In pochi giorni, i dubbi riguardanti Trae Young, portatore di cifre notevolissime ma guida di Hawks capaci di risollevare il proprio record solo grazie alla recentissima striscia di vittorie casalinghe, sono svaniti. Nella notte, difatti, sono stati annunciati i 14 giocatori che completeranno i roster a disposizione dei capitani LeBron e KD nel Draft che avverrà nei prossimi giorni. Come i titolari, anche l’elenco delle riserve porta con sé discussioni tanto inutili quanto divertenti, se non altro per misurare la discrasia tra i propri gusti personali e il palato della massa degli appassionati di tutto il mondo.
7 per l’Ovest, 7 per l’Est. 4 guardie e 3 ali, per quanto ormai la collocazione e la definizione dei ruoli nel basket abbiano il tempo che trovano. Per la Western Conference, Draymond Green andrebbe a comporre il terzetto di Golden State, per l’ennesima volta record durante la gestione Kerr. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo: uno dei candidati più autorevoli al premio di Difensore dell’anno è ai box causa infortunio, e sarà sostituito da un altro giocatore. Non è ancora chiaro se sarà un’ala o una guardia: se si dovesse rimanere fedeli al ruolo, non ci sarebbe spazio per Dejounte Murray, play di San Antonio, il giocatore che forse più meriterebbe la chiamata tra quelli snobbati. Il resto della pattuglia non si discosta eccessivamente dai nomi previsti. La doppia coppia delle due squadre apparentemente più solide della Western ci sono: Point God e Devin Booker di Phoenix, Donovan Mitchell e Rudy Gobert (anch’egli in dubbio) per gli Utah Jazz. A completare il tutto, aggiungeteci un pizzico di sangue europeo griffato Luka Doncic e la costante presenza di Karl-Anthony Towns tra le ali dell’Ovest alla partita delle stelle. Francamente, pensare scelte differenti da quelle comunicate sarebbe un esercizio di stile sin troppo pretenzioso. Maggiori polemiche, al contrario, potrebbe scatenare la lista delle riserve provenienti da Est.
God is the greatest! Thankful for everyone who has been apart of the journey so far! Definitely more to come. Appreciate all the love & support ??
BET ON YOURSELF ?
— Fred VanVleet (@FredVanVleet) February 4, 2022
Derozan tra i titolari? Bene: Zach LaVine tra le riserve. La coppia di guardie dei Bulls non poteva mancare all’appuntamento. Unico esponente degli attuali primi in classifica, i Miami Heat, sarà Jimmy Butler, che vedrà di consolarsi per l’assenza dell’altro grande artefice dell’inizio di stagione degli uomini di Spoelstra, all’anagrafe Tyler Herro. Simbolo dello sprint inatteso dei “padroni di casa” Cavs sarà Darius Garland, primo giocatore di Cleveland convocato all’ASG dalla partenza di LeBron in direzione California. Non ci sarà, a meno di sostituzioni all’ultimo del capitano Durant, Jarrett Allen, ancora difensiva insieme alla piovra Evan Mobley della franchigia dell’Ohio. Fido scudiero di Giannis, anche quest’anno non suscita alcuna polemica la presenza di Khris Middleton a completare il duo dei Bucks. Altro nome sorprendente a prima vista, ma tutt’altro che illogico considerata l’annata agli ordini di Nurse, è Fred Vanvleet, quarto giocatore della storia ad approdare all’All Star Game senza essere draftato. I numeri di James Harden parlano chiaro: un attaccante come lui si è visto poche volte nella storia. Il fatto è che i numeri di Harden sarebbero accettabili senza problemi se fossero registrati da qualsiasi altro esterno. Invece, essendo simboli della stagione della guardia dei Nets, fanno meno clamore, sovrastati da un’immagine di Harden opaca, annebbiata, frustrata, lontana dalle migliori versioni del Barba. Distratto dalla prospettiva di tornare da Morey a Philadelphia a fine anno? Chissà: non avrebbe creato così scandalo la presenza, al suo posto, di un giocatore entrato nella Lega con un hype esagerato. Create dalle pressioni del padre e dall’atteggiamento da spaccone, le aspettative attorno a LaMelo Ball non si può dire, a distanza di un anno e mezzo, non siano rispettate. Il play degli Hornets, in piena lotta per l’accesso al Play-In Tournament, sta guidando i compagni a una stagione divertente e altrettanto soddisfacente se si analizzano i risultati. Non vederlo neanche figurare tra le riserve è proprio un peccato.
Paradossalmente, uno dei nomi che hanno generato più critiche è quello di un giocatore che, almeno considerando l’annata da rookie, meriterebbe la chiamata per l’All Star Game a occhi chiusi. L’evoluzione di Jason Tatum procede però di pari passo con quello della franchigia di appartenenza. Boston è da anni in un limbo pericolosissimo, sospesa tra il cambiare radicalmente direzione per affondare il colpo e raggiungere le Finals come obiettivo dichiarato e l’interrogarsi su quale giocatore puntare per fondare la futura dinastia. Perché, inaspettatamente, talvolta sembra Jaylen Brown l’esterno migliore al quale affidare le chiavi future dei Celtics. La convivenza tecnica e caratteriale tra i due stenta a decollare, è l’esclusione dell’uno in favore dell’altro parla più della preferenza dell’eleganza di Tatum rispetto alla concretezza e alla versatilità di Brown. Un esercizio di stile, appunto. Come tutte le parole spese attorno a queste scelte dell’All Star Game. Eppure, in settimane dominate dai playoff del football, di qualcosa si dovrà pur parlare riguardo alla palla a spicchi. Elucubrazioni inutili, le nostre? Assolutamente sì. Non biasimateci.
