INASPETTATO, INATTESO, ECCESSIVO
Perché probabilmente è più giusto così. Russell, Jordan, Bryant, James sono modelli irraggiungibili. Comete di Halley che si limitano a mostrarsi una volta ogni 75 anni per ricordarci quanto capacità umane e fattezze aliene siano più tangibili di quel che crediamo. Probabilmente ci meritiamo di più Chamberlain, Bird, Nowitzki e Jokic. Migliori grazie anche alle loro lacune, che li riavvicinano agli occhi del bambino e alle aspirazioni dell’appassionato. Così grandi perché così terribilmente e irrimediabilmente umani. Indissolubilmente legati a un animo anticonformista, giudicato scorretto dai puristi dell’etica professionale e dello sfruttamento del talento per il puro risultato. Estetismo significa in parte bearsi e godersi i piaceri della bellezza senza interrogarsi o speculare riguardo la sua spendibilità, attualità o utilità nell’immediato. Questi discorsi lasciamoli ai cinici calcolatori. Assaporiamo invece ogni goccia del nettare che sgorga dalle mani di Nikola Jokic, ultimo baluardo a ergersi contro gli stendardi dell’omologazione cestistica.
Chi scrive è pronto a scommettere che, nel cuore di Jokic, non ci sia alcuno spazio per sentimenti quali rancore e vendetta. Nei vari attestati di celebrazione prodotti nei giorni scorsi, vi sarà sicuramente capitato di ridere davanti alle foto di un infante Nikola Jokic diversamente esile di fronte a una tavola imbandita. Avrete avuto occasione di ricordare come le televisioni americane, neanche fossimo su RaiSport, al momento della scelta numero 41 del draft 2014, abbiano deciso di mandare la pubblicità piuttosto che concedere un’inquadratura a uno sconosciuto pivot selezionato dai Nuggets. Gli episodi del folle recruiting di coach Malone e dello staff di Denver, tra corse di cavalli e liquori alla frutta, sono ormai di dominio pubblico. Chi poteva però immaginarsi che quella si sarebbe trasformata nella scelta più bassa al Draft nominata MVP nella storia della National Basketball Association? Nessuno.

Qualche fiche in più era disposta a giocarle Misko Raznatovic, influentissimo agente nel panorama europeo, esportatore di gemme balcaniche per il mercato statunitense e patron del Mega Basket. Società serba, militante in ABA League, vera e propria fucina di talenti da sgrezzare, rifinire e cesellare per diventare oreficeria da esporre nelle collezioni più pregiate (il prossimo è Nikola Jovic, sapevatelo…). Le quattro stagioni in Serbia illuminano un giocatore dai connotati ideali per un profilo devastante per il basket del Vecchio Continente, difficilmente trasponibili in contesto USA. Lento, goffo, impacciato ma tutt’altro che macchinoso. Jokic è una ballerina costantemente sulle punte, al limite tra una rovinosa caduta e un volteggio magnificente. Le dita dei piedi, nascoste dalle scarpe, sono insanguinate, distrutte e logorate dal gesso. Ma lo spettatore ha occhi solo per il ricamato tulle e la leggiadria delle evoluzioni. Misko lo sa, e consiglia al giovane Nikola di maturare un altro anno in Europa prima di sbarcare definitivamente negli Stati Uniti.
