CONTRO IL LOGORIO DELLA VITA MODERNA
Nel corso del 2021 gli aggettivi per descrivere l’ulteriore crescita dello status di Nikola nel gotha mondiale si sono sprecati. Uno dei pochissimi giocatori ad aver disputato tutte e 72 le partite di questa travagliata e compressa stagione, Jokic ha saputo sin da subito aumentare lo Usage Rating, trasformandosi nel centro di gravità permanente di Denver, senza inficiare eccessivamente l’efficienza realizzativa. Ha saputo condurre per molte partite da solo la squadra di Malone al terzo miglior record dell’intricatissima Western Conference a suon di triple doppie e giocate da top 10. Manifesto non ufficialmente riconosciuto dell’anticonvenzionale applicato alla pallacanestro moderna. Paradosso di un’epoca alla costante ricerca della massima espressione atletica ma che, davanti alla magniloquenza della tecnica e del genio non può che andare in cortocircuito, dichiarandosi onorevolmente sconfitta dal Bello.
Siamo sicuri che Jokic abbia dormito serenamente ogni notte precedente all’ufficializzazione del premio dedicato a Maurice Podoloff. Possiamo dirlo? Gliene fregava il giusto, quindi molto vicini allo zero. Non per eccessiva modestia o spocchia, anzi. Semplicemente perché non è da una statuetta in più o una in meno che si misura l’eredità di una tela dipinta o di un marmo scalpellato. Non è da una serie dove Chris Paul lo ha letteralmente sculacciato ogni volta che chiamava Ayton per un pick ‘n roll trovandosi l’amato midrange completamente smarrito causa drop coverage del serbo che si giudica il bene che Nikola può fare al movimento cestistico. No. Nikola lo misura ogni estate quando, libero da impegni con Denver o con la Nazionale, si diverte a sfidare i ragazzini e gli appassionati tra i playground di Belgrado. Un sorriso, un grido di ammirazione e sorpresa, un trucco rubato al mago del mestiere. Il lato umano del fuoriclasse che si riconosce umilmente tale per assorbire ancor di più l’energia e la felicità di infilare un pallone arancio dentro un ferro a 305 centimetri dal suolo facendo scuotere la retina (non credete di trovare un campetto nei Balcani che abbia ferri storti o retine penzolanti, su certe cose non si transige al di là dell’Adriatico).
Nikola Jokic è uno di noi. Mediamente un po’ più alto. Mediamente un po’ più grosso. Mediamente un po’ più baciato dal talento. Ma, fondamentalmente, Nikola Jokic è uno specchio del lunapark, quello che deforma completamente i lineamenti di una persona senza cambiarne l’identità. Ci si può riconoscere, non senza fatica. Ma se osservi attentamente, avvicinandoti, non potrai che scorgere te stesso. Diverso nell’aspetto ma identico nello spirito. Con un pizzico di arte in più. Nikola Jokic. Uno di noi. Con noi. Per noi.
