“È colpa mia. Lo dovevo ai mei compagni. Ho promesso loro che farò del mio meglio per migliorare”. Le parole, pronunciate dopo una prestazione da 32 punti, 20 rimbalzi e 10 assist in una semifinale di Conference, appaiono quantomeno paradossali. Non tanto perché i Nuggets siano stati sconfitti al Pepsi Center da una Phoenix orchestrata magistralmente da CP3. Le frasi escono dalla bocca di uno sconsolato Nikola Jokic, neo-MVP della Lega e ancora di salvezza dei biancocelesti del Colorado dopo il gravissimo infortunio occorso a Murray durante il finale di Regular Season. Pensieri di un leader tecnico ed emotivo. Pensieri del simbolo carismatico e totemico di una squadra plasmata completamente attorno a lui, espressione parossistica dei suoi innati pregi ed endemici difetti. Sfavillante, illuminante e illuminata in attacco. Affannata, frustrante e lunatica nella metà campo difensiva. Senza mezzi termini.
APPAGARE L’ANIMO ATTRAVERSO I SENSI
Pensieri di un atleta conscio e consapevole della propria forza ma lontanissimo dall’ostentare con vanità il proprio talento. Voce di una persona per la quale il significato della parola vittoria non assomiglia, culturalmente e cestisticamente, ai caratteri oltre oceanici ammantati di arroganza e spocchia. Nikola non vuole mostrare al mondo di essere il migliore. Si accontenta di dimostrarlo ogni volta che calca un parquet. Che sia il Pepsi Center, una qualsiasi delle arene NBA o uno dei milioni di campetti che ricoprono il suolo della madrepatria serba. Culla di basket dai palati finissimi, dove la tecnica insegnata sin dalle giovanili consente ai prospetti più intriganti di affacciarsi sui palcoscenici più importanti dotati di polpastrelli e visioni di gioco invidiate dal resto del globo terracqueo. Vincere non è l’unica cosa che conta, non ce ne vogliano i nostri amici juventini. Il mantra che anima le varie generazioni Agnelli male si applica alla mentalità del centro di Sombor. Certo, vincere non farà schifo neanche a lui. Ma non è il fine che muove e direziona lo spirito di Nikola. La passione, la gioia, la bellezza del Gioco. Uno e trino. Vincere è logica conseguenza del sublime intreccio tra il talento e l’organizzazione, figlia di un no look pass a servire il tagliante backdoor solissimo sotto il ferro. Vincere è esaltazione del virtuosismo di un fadeaway su una gamba sola marcato dall’indomito centro avversario, le cui braccia protese poco possono fare se non accompagnare ancora più dolcemente l’arcuata parabola generata dalla mano destra del serbo.

A 26 anni, finalmente anche il mondo americano ha riconosciuto la grandezza, non solo fisica, di Jokic. Probabile che i votanti per il premio di Most Valuable Player 2021 (ricordiamolo, a scanso di equivoci: riferito alle 72 partite di stagione regolare, playoff esclusi) si siano fatti abbagliare dalle medie realizzative di Nikola, aumentate esponenzialmente nel corso dell’annata. Ovvio: con i problemi fisici di Murray, arciere dai dardi acuminati fabbricati sapientemente dalle mani dell’orafo balcanico, le sorti dell’intero attacco di Denver sono gravate sulle larghe spalle di Nikola. Che sì, avrà anche perso quella ventina di kilogrammi che lo hanno trasformato da pivot delle peggiori Minors a un simil-professionista, ma che pare distante dagli standard fisici e atletici richiesti per ottenere cittadinanza in un contesto come quello dell’NBA. Difficilmente lo vedremo doppiare il marcatore avversario in velocità. Più facile immaginarselo mentre trotterella con fare baldanzoso verso la metà campo avversaria, apparentemente distratto e svogliato, ma capace di servire il tiratore completamente libero in angolo con un laser pass di precisione inappuntabile.
Ma Nikola, al di là delle cifre, è sempre stato così. Innamorato del Gioco in ogni suo aspetto e in ogni suo attimo. Quante volte abbiamo pronunciato negli scorsi anni “Si rendesse conto di quanto è forte, si rendesse davvero conto e si mettesse a posto fisicamente, questo qui dominerebbe a occhi chiusi”? Infinite. Bene: lo Jokic post pausa da Covid-19, liberatosi di una zavorra non indifferente, ha mostrato lampi mai visti su un campo da basket. Uno così grosso con le mani così delicate e un istinto per il gioco di squadra così sviluppato non era mai nato. O forse sì. Anche lui europeo, padre dell’attuale centro degli Indiana Pacers. Forse innamorato più della bottiglia che della palla a spicchi, ma che quando voleva impegnarsi per davvero non giocava neanche a basket. Danzava. Suonava. Componeva. Elevava ad arte ogni singolo gesto.
