BACK TO THE… PAST
Le due annate in maglia OKC al fianco di Carmelo Anthony e Russell Westbrook si rivelano in fin dei conti abbastanza simili per il californiano. Lunghe strisce di prestazioni notevoli in stagione regolare, alternate a pause sempre più numerose dovute ad acciacchi di diverso tipo, riposizionano George dove il suo talento letale merita di essere collocato. Al piano più alto. Due consecutive apparizioni all’All Star Game. Presenza costante nei migliori quintetti NBA di fine stagione. Se non fosse stato per l’infortunio alla spalla, candidato credibilissimo per l’MVP 2018. Ma, parafrasando l’adagio, non di solo regular season vivrà l’NBA. Proprio i Playoff, terreno nel quale il giovane PG sapeva esaltarsi al massimo grado, migliorando sistematicamente percentuali ed efficacia sul parquet, ora paiono terrorizzarlo. Più che l’eliminazione al primo turno contro i Jazz del 2017, a rimanere nella memoria del bandwagoner (ma anche di qualche addetto ai lavori di troppo) è l’eliminazione in cinque gare contro gli sfavoriti Portland Trail Blazers. Sì, è quel “bad shot”. Sì, è quella faccia strafottente di Lillard, sommerso dai compagni dopo il game winner che mostra i titoli di coda alla serie. Sul banco degli imputati è posto in primo luogo proprio Paul George, reo di non aver difeso all’altezza il playmaker avversario e parso in generale soft per il livello agonistico richiesto, soprattutto considerate le faville della stagione regolare appena conclusa. La leggerezza e la faciloneria con le quali viene trattata la sua prestazione incrina le sicurezze e le certezze della mente di Paul George, i cui cocci erano stati difficilmente e lentamente risistemati dopo lo shock di Las Vegas.

Fiducia? Poca. Ai minimi storici. Soprattutto guardando quel contratto da 144 milioni in 4 anni. “Quei soldi non se li merita, è strapagato” è un assioma che nel cervello di George viene mutuato in “Quei soldi non me li merito, sono inadeguato”. “Un Danny Granger più atletico” si trasforma in “Non offenderti, Danny, ma le garanzie del mio fisico sono pressoché identiche alle tue. E lo sappiamo tutti che fine hai fatto”. Ciliegina sulla torta, la dirigenza Thunder decide che, silurato Anthony l’estate precedente, l’accoppiata Westbrook-George non possiede i crismi ideali per costituire le colonne su cui fondare un progetto vincente. Come salvare quindi un animo fragile, sferzato da critiche? Come ricostruire solidità in un carattere che, nonostante le dichiarazioni di facciata vogliano presentarlo come uno “spaccone”, non riesce a velare le lacerazioni di anni tormentati da dubbi e costanti ups and downs? Dove ritrovare un rifugio protettivo in grado di cullarlo e difenderlo dalle intemperie? Casa. Semplicemente.





