The only person who can fix Ben Simmons is himself
Questo titolo di Frank Jackson è probabilmente la massima più azzeccata in merito alla questione Simmons. Possiamo sicuramente continuare a dibattere sull’aspetto tecnico – e lo faremo, ma parlare di questo ragazzo tralasciando l’aspetto psicologico, significherebbe girare attorno al punto focale del problema. Che quello di Ben Simmons sia un problema mentale è ormai un dato di fatto: non passi una schiacciata aperta per paura di andare in lunetta se non hai un’importante tarlo in testa che ti spinge a farlo. La questione mentale e caratteriale del prodotto di LSU è tendenzialmente qualcosa di impossibile da affrontare, in quanto nella migliore delle ipotesi si potrà solamente andare molto vicini alla realtà. Da questo punto di vista, una delle migliori analisi in merito è stata scritta da Yaron Weitzman. Nel suo pezzo per Fox Sports, Weitzman riesce a far risaltare i dettagli di quello che è un vero e proprio dramma di un predestinato che ha lasciato l’Australia per l’High School d’elite a Monteverde, e che da lì in poi è entrato in un vortice di pressioni insostenibile per un soggetto apparentemente di carattere debole. L’impressione è che Simmons sia tremendamente insicuro dei suoi limiti e cerchi di far trasparire all’esterno la maggior sicurezza possibile. Ben continua a rimarcare i suoi punti di forza (ben noti) davanti ai giornalisti e continua a sviare o sminuire ogni riferimento alle sue carenze al tiro, mentre sembra proprio sia ossessionato dall’eventualità di fare brutta figura, ottenendo come risultato una figura peggiore. Come riportato sempre da Fox Sports, ne abbiamo un esempio lampante nel meeting Zoom successivo all’ultima sconfitta con gli Hawks: prima di rispondere alle domande dei media riguardanti la sua sofferenza in contesto playoff, Simmons si è fatto dire da un membro dello staff dei 76ers il numero dei suoi assist in G7 (13) e la percentuale dal campo di Trae Young, assegnato a lui in difesa (5-23), per poter affrontare la conference con più sicurezza. Nella pallacanestro del 2021 un giocatore che non tira e che ha enormi problemi in lunetta non può essere compensato dall’essere il difensore più completo della lega e uno dei migliori passatori, e comunque non è sostenibile ai playoff. Simmons probabilmente lo sa benissimo, sarebbe stupido se non lo sapesse, ma cerca in tutti i modi di nasconderlo o di girarci attorno, fondamentalmente non affrontando mai il problema, anzi evitandolo, ed è qui che siamo arrivati alla situazione odierna. La prima scelta del Draft NBA 2016, dall’ingresso nella lega è migliorata soltanto nelle cose che sapeva già fare bene (o alla grande), ma è regredita (o addirittura ha smesso di fare) le cose che non sapeva fare o che sapeva fare male. Dunque, è evidente che sia principalmente un fatto mentale, come lo è la picchiata in negativo delle sue percentuali ai liberi nei playoff, perché se c’è un qualcosa nel basket in cui la componente psicologica è fondamentale, sono sicuramente le gite in lunetta.

Ma è anche una questione mentale l’aver preso pochissimi tiri nei quarti quarti, come lo è aver totalmente rinunciato a prendersi qualsiasi tipo di conclusione che non provenga dalla restricted area, oppure aver rifiutato di essere impiegato da 4, perché si sente più a suo agio con il pallone tra le mani, fino ad aver espresso dell’insicurezza verso la presenza di Jimmy Butler, molto ball-dominant, che ha spinto la dirigenza targata Elton Brand a privarsi di uno dei migliori giocatori passati per Philadelphia negli ultimi anni. Tutto ciò, diventa quasi un giallo se accostato alla clip, divenuta virale in questi giorni, che raccoglie qualche jumper di Simmons, mandato a bersaglio nella Summer League 2016, prima dell’infortunio che gli ha fatto saltare tutta l’annata da rookie, consentendogli di essere eleggibile come ROTY nel 2018.
Ben Simmons back in the Summer League
(via @ThePhillyPod)
— Hoop Central (@TheHoopCentral) June 20, 2021
