Nel podcast Backdoor Call, Marco De Benedetto affronta il tema dello scouting internazionale partendo dal Portsmouth Invitational Tournament, uno degli appuntamenti più osservati dagli addetti ai lavori. Un torneo spesso sottovalutato dal grande pubblico, ma centrale per capire dove può pescare il mercato europeo.Ce lo racconta Marco De Benedetto che era presente:
Sì, scout NBA ovviamente tanti, tutte le squadre sono rappresentate. A livello internazionale sempre tanti, un po’ meno del solito forse asiatici, c’erano Corea e Giappone perlopiù.
Per l’Europa devo dire che gli italiani sono sempre più rappresentati, e questo è così da anni e continua a essere una tradizione. Bene o male, con diversi ruoli da general manager, direttore sportivo o scout, i club italiani hanno comunque uno studio e una conoscenza dei giocatori oltre la media europea.Anche se poi non sempre vengono scelti sul mercato, ma questi sono altri motivi. La conoscenza dei giocatori c’è. Seconda e terza posizione in questa graduatoria di partecipanti, ti direi spagnoli e tedeschi. Ho visto per la prima volta squadre greche, insomma qualcosa si muove anche perché, in un mercato sempre più difficile, ormai la capacità di capire che lo scouting ci vuole secondo me.
Com’è stata l’esperienza e l’evento? Qualcuno potrebbe provare a forzare regole poco chiare, è già questa la differenza. Tanti di loro staranno in G League almeno per il primo anno o due anni, ma è altrettanto vero che il 40% arriva in Europa anche con grandi risultati.
Il PIT come torneo ha visto negli anni giocatori a vario titolo e livello. Negli anni Ottanta c’è stato Scottie Pippen, più recentemente Jimmy Butler, fino ad arrivare a giocatori come Zach LeDay, che troviamo in Eurolega, e tanti giocatori che poi sono passati nel campionato italiano.
Proprio perché siamo appena sotto il livello di quelli che vanno sicuramente al Draft, il livello poi coincide normalmente con il mercato europeo.”
