ANTHONY EDWARDS: RUNNIN’ STEP BY STEP
Ant-Man. Formichina. Portarsi dietro il soprannome datoti dal padre quando avevi tre anni deve essere una grossa responsabilità. A guardarlo bene, però, Anthony Edwards pare tutto tranne che un insettino minuscolo. 196 centimetri per 102 kg di rara potenza. La carrozzeria è quella di un giocatore già collaudato, nonostante i soli 19 anni. La storia di Edwards, infatti, è caratterizzata da innumerevoli tappe bruciate: rinunciando all’ultimo anno di high school e dichiarandosi eleggibile al Draft dopo un’unica annata a Georgia, Anthony non ha mai evidenziato dubbi nel credere nelle proprie possibilità. L’unica questione da risolvere è lo sport cui regalare l’esaltazione delle doti fisiche donategli dalla natura. Basketball o football? Combo guard in grado di volare sopra la testa degli avversari (tra i candidati alla schiacciata dell’anno c’è anche lui, citofonare Yuto Watanabe) o running back inarrestabile verso la end zone avversaria? Per nostra fortuna, vedere il fratello giocare a basket gli è sembrato “divertente”. A sentirlo parlare anche recentemente, non ce la sentiamo però di escludere repentini ripensamenti. Anche perché, qualora non fosse ancora chiarissimo, il personaggio è particolare.

Mai considerato, nemmeno dai suoi più granitici sostenitori, una cima. Sia a scuola che sul parquet, Edwards e il concetto di concentrazione viaggiano spesso su infinite rette parallele. Ci si aspettava di vedere un Edwards decisivo, capace sin dal primo giorno di trainare la squadra a risultati migliori? D’altronde, la scelta numero 1 al Draft questo dovrebbe essere. Mettiamoci un secondo nei suoi panni: sei scelto dai Timberwolves e condividi lo spogliatoio con KAT, DLo e quel cannabinoide di Malik Beasley. Non esattamente l’Eden della maturità e della responsabilità. Se fuori dal campo Edwards alterna momenti di rara ilarità a passaggi a vuoto, l’assunzione di consapevolezza e conoscenza dei propri limiti tecnici ha vissuto un’evoluzione inattesa. Le gare precedenti la pausa per l’All Star Game avevano mostrato un Ant-Man confusionario, frenetico nelle scelte di tiro, distratto nella difesa lontano dalla palla, smanioso di far azionare i detonatori che possiede al posto dei quadricipiti. Insomma, niente di particolarmente diverso rispetto a quanto mostrato sotto coach Crean. I paragoni con Oladipo e Wade, due idoli di infanzia passati sotto l’ala del coach di Georgia, parevano impietosi.
La potenza è nulla senza il controllo. Anthony deve aver interiorizzato il mantra nella seconda metà di stagione: l’#1 dei T’Wolves ha mostrato una crescita notevole in termini di lucidità e dominio dei propri impulsi animaleschi, incanalandoli gradualmente verso i binari più consoni per garantire maggior efficacia ed efficienza. Le lacune, soprattutto nella difesa off ball, sono ancora notevoli, ma sono aspetti “facilmente” migliorabili nel corso della carriera, se coadiuvati da una minima volontà. Perché il resto, se si parla di Ant-Man, è già di primissimo livello. Unico rookie a calcare il parquet per tutte e 72 le partite di stagione regolare, Edwards comanda la classifica delle matricole per punti segnati e tentativi di media dal campo, a dimostrazione che faccia tosta e personalità non sono ingredienti che mancano al tavolo del figlio di Atlanta. Il volume di tiri e le qualità di scoring non presentano particolari variazioni rispetto all’Edwards del college, ma non era scontato che Anthony mantenesse praticamente intatte le moli di Georgia, dove il sistema democratico di Crean si era comunque piegato di fronte alle incredibili potenzialità di Anthony, in un contesto nel quale trattatori di palla (Rubio, Beasley, Russell, Towns) certamente non mancano. Non che questo abbia contribuito ad uno step notevole nei risultati di squadra (Win Shares dello 0,8%). D’altronde siamo in Minnesota: difficile pretendere molto di più da una franchigia che ha sinora sprecato un talento come KAT. Ma gli statement di Anthony valgono moltissimo. C’è da scommettere.





