Chissà come reagirebbe Elisabetta II, per grazia di Dio, del Regno Unito, della Gran Bretagna, dell’Irlanda del Nord e regina dei suoi altri regno e territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede. Chissà come reagirebbe se venisse a sapere che Charles Barkley, ala grande del Dream Team di Barcellona ’92 e attuale commentatore di Inside the NBA, possa vantarsi del soprannome “Sir”, titolo ambitissimo presso latitudini britanniche. Chissà come reagirebbe se Le mostrassero alcune dichiarazioni del wannabe columnist più discusso e divisivo d’Oltreoceano. Si accettano scommesse: data l’età, non vorremmo che potesse lasciarci per una sparata di “The round mound of rebound” (soprannome decisamente più calzante, vero? Siete d’accordo col sottoscritto…). Già che siamo in tema, tra due giorni Barkley spegnerà 58 candeline. Auguri “Sir”, mille di questi giorni!

PERLE AI PORCI
La dura vita degli opinionisti sportivi. Quanto è difficile essere tremendamente bravo in una cosa, tra i migliori al mondo, ma, a causa dell’avanzare degli anni e dell’usura fisica, doversi rivestire nei panni che, non necessariamente addicendosi alla tua elasticità mentale, ti vengono consegnati quasi per riconoscenza dopo anni di spettacolare e invidiata carriera? Per gli appassionati di calcio nostrano, è facile visualizzare mentalmente volti caratteristici dei manti erbosi di anni ’90 e ’00 posti ora dietro scrivanie e schermi di ultima generazione, pettinati e incravattati, dedicarsi a elucubrazioni più disparate su tattiche e schemi di uno sport che, nel giro di un paio di decenni, ha vissuto una rivoluzione copernicana. Identico discorso vale per il panorama cestistico americano: tutti i canali e le trasmissioni dedicate al commento e alle opinioni del basket più bello del mondo pullulano di califfi decaduti dell’Hardwood impegnati ad attirare attenzioni su di sé e sulle proprie stravaganze intellettuali. Esempi? Il buon vecchio Charles e il suo vicino di cattedra Shaquille O’Neal. Isiah Thomas. Kenny Smith. Reggie Miller. Solo per citare i commentatori “fissi”, non considerando i camei di varie altre figure della palla a spicchi prestatesi al mondo dei nuovi media. Ciò che balza maggiormente all’occhio è che questi personaggi possano vantarsi della dicitura di “columnist”, equivalente dell’italiano “giornalista”, “chi lavora per il servizio informazioni di un ente”. “Informazioni“, appunto.
“I social sono un mondo. E il giornalismo è un altro mondo. E il giornalismo che si alimenta dei social muore”. Le parole di Michele Serra suonano come una sentenza, destinata però a non essere ascoltata, fagocitata dai continui riverberi e rimbombi generati dall’ultimo tweet o dal recente post, perdonate il neologismo, acchiappa-like. Non si vuole mettere in discussione la transizione evolutiva del cartaceo verso piattaforme più fruibili e funzionali, assolutamente: non riconoscere le potenzialità dei digital media sarebbe un torto ancora maggiore. Ma è davvero necessario abbassare così drasticamente il livello dell’informazione per raggiungere un bacino d’utenza maggiore? Davvero occorre parlare la stessa lingua della “pancia“? Questa brontola, ha fame, non è mai sazia. E noi a nutrirla non con cibi sazianti, salutari, ricchi di micronutrienti ma con le peggiori schifezze dei fast food, ingurgitati con una voracità supersonica. E, se la domanda è in costante aumento, l’offerta è diligente nel rispondere.
