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Olimpia Milano: tra immagine e realtà

Difesa

Dunque. Individuato il (un) problema, bisognerebbe focalizzarsi sui punti di sofferenza che lo evidenziano. Che per noi hanno, principalmente, ma non esclusivamente, due nomi e cognomi ben precisi: Nenad Dimitrijevic e Nikola Mirotic. Non crediamo occorra precisare che stiamo parlando esclusivamente di difesa per due superbi attaccanti. Insomma, straordinari mezzi giocatori.
In loro due, sicuramente sbagliando, noi ravvisiamo i maggiori responsabili delle situazioni che non si dovrebbero, e vorrebbero, mai vedere in una squadra di alto livello: tagli e ricezioni di un avversario da solo sotto canestro.
Il play responsabile del mancato filtro (oltre alla labile tenuta dell’uno contro uno) che permette all’avversario l’orizzonte sgombro. E l’ala forte (non ci lasciamo influenzare da qualche bel rimbalzo e da qualche stoppata, che anzi apprezziamo) che manca completamente di posizionamento difensivo e dell’occupazione degli spazi in aiuto. In difesa manca qualcosa, o qualcuno.
Fate voi.
Peccato per le precarie condizioni fisiche di Josh Nebo che, quando c’è, rappresenta una bella torre di osservazione e intimidazione.
Insomma. La difesa è una reazione a catena, in cui gli anelli devono essere solidamente saldati l’uno all’altro. E se…molli tu…mollo anch’io…Perché dovrei rischiare un fallo per riempire la tua lacuna?

Attacco?

Grandi giocatori di uno contro uno, grandi tiratori, anche, solisti del mitra, che tuttavia sono la contraddizione in termini della coralità che dovrebbe essere il fattore alla base del concetto di squadra, ove ognuno è funzionale ed enfatizza il valore dei compagni. La prova del nove? Temendo una eventuale evoluzione lenta dell’infortunio di Shavon Shields, giocatore principe e sublime di uno contro cinque, chi si va a prendere? Nico Mannion. Uno uguale. Nella tipologia di gioco. Si spera anche nel rendimento.

Gestione delle risorse?

Sempre molto sommariamente.
La squadra, dicevamo, è un complesso alla cui base stanno anche aspetti motivazionali. Ovvero, composta da elementi tra di loro funzionali all’idea-guida di gioco che si vuole praticare. Tradotto. In concreto…Ogni giocatore deve conoscere quello che gli compete, in termini di ruolo e minuti in campo, e sapere anche quello che deve fare per averne di più, sempre in termini di minutaggio e ruolo.
Questo è il fattore motivazionale fondamentale. Quello che dovrebbe spingere i giocatori anche al miglioramento individuale, a conquistare maggior spazio e fiducia. Ci sembra di poter dire che a Milano siano, e siano stati, in maggior numero quelli che hanno visto scadere il loro rendimento. Salvo cercar resurrezione altrove. O no? Anche in questo caso, l’elenco stilatelo voi, che per noi è troppo lungo, e noioso.
Comunque…Se vedi, ad esempio, un giocatore partire in quintetto e poi sparire per il resto della partita, tutto quanto detto sopra non ha alcun senso.
Inoltre. I Grandi Saggi dicono che il basket sia uno sport di errori e alla fine vinca chi ne commette di meno, o riesce a superarli. Ovvio che per superare i propri errori bisogna averne anche la possibilità temporale. I cambi cronometrici non aiutano certo in quel senso. E forse sono l’espressione della sovrapposizione dell’immagine (ovvero, come si era immaginato potesse andare la partita) alla realtà.
Di peggio potrebbe esserci solo panchinare un giocatore al primo errore. L’atteggiamento punitivo serve soltanto a togliere ai giocatori il sorriso. La paura dell’errore induce alla rinuncia o ad ulteriore errore.

1 commento

  1. Come si fa a scrivere un articolo sulla crisi olimpia senza nemmeno citare l’allenatore? è un mezzo miracolo, ma qui é riuscito. Perché Messina non puó essere apertamente criticato?

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