Il patteggiamento, che unisce tre cause antitrust contro NCAA e le principali conference (ACC, Big Ten, Big 12, Pac-12 e SEC), segna la fine del modello tradizionale di “amatore” che ha governato per decenni lo sport collegiale.
Un nuovo modello di revenue sharing
Dal 1° luglio 2025, le università potranno distribuire fino a 20,5 milioni di dollari l’anno agli atleti per nome, immagine e somiglianza (NIL). Questo nuovo sistema durerà dieci anni e rappresenta una svolta radicale: finora, gli atleti potevano guadagnare solo tramite sponsor esterni o fondazioni legate alle scuole.
Contestualmente, NCAA e conference dovranno pagare 2,8 miliardi di dollari in danni agli atleti di Division I esclusi dai guadagni NIL tra il 2016 e oggi.
Fine delle borse limitate per sport
Uno dei punti più discussi riguarda i nuovi limiti di roster, che sostituiscono i tradizionali limiti di borsa di studio. Ogni posto potrà essere finanziato, ma alcune università hanno già ridotto il numero totale di atleti ammessi, penalizzando soprattutto gli sport minori e gli “walk-on” (giocatori non borsisti). In risposta, è stata introdotta una clausola di salvaguardia per consentire il mantenimento dello status agli atleti esclusi.
Dalle aule di tribunale alla rivoluzione
Il primo colpo al sistema NCAA fu inferto nel 2014 dal caso O’Bannon, seguito nel 2021 dalla clamorosa sconfitta della NCAA alla Corte Suprema nel caso Alston. Questi precedenti hanno aperto la strada a un’ondata di cause legali culminata nel patteggiamento House v. NCAA.
Tra i promotori della causa c’erano Grant House, ex nuotatore di Arizona State, e Sedona Prince, ex cestista di Oregon. Il loro obiettivo? Permettere agli atleti di partecipare agli introiti generati da diritti TV e merchandising.
Cosa succede ora
Il patteggiamento istituisce una nuova autorità, la College Sports Commission, che gestirà controlli, limiti di spesa e trasparenza dei contratti NIL sopra i 600 dollari. Sarà anche possibile punire chi supera i tetti fissati. La NCAA, seppur ancora formalmente in carica, vedrà ridotte le proprie competenze, mentre le power conferences assumeranno un ruolo dominante nella gestione dello sport universitario.
Una nuova era, ma non senza rischi
Non è detto che la vicenda sia finita. Sono ancora aperte cause come Johnson v. NCAA, che punta a far riconoscere agli atleti lo status di dipendenti, con conseguente diritto a salario minimo e tutele contrattuali. Inoltre, alcuni esperti temono futuri ricorsi su base antitrust o per violazione del Title IX (parità di genere nello sport).
Come ha dichiarato la Commissione Sportiva in una nota:
“Oggi è un traguardo storico. Gli studenti-atleti avranno più opportunità economiche che mai.”
