Una risposta agli scandali, aspettando gli infortunati
Discorsi sicuramente superati in volume da quelli sull’affaire Billups, arrestato per presunte attività di gioco d’azzardo illegale, che hanno spostato il racconto pubblico su un piano extra cestistico, mettendo Portland al centro dell’attenzione nazionale per motivi ben lontani dal parquet. È stato un terremoto per la franchigia, che da anni sta provando a ridisegnare la propria identità post Lillard. Splitter, chiamato d’urgenza a guidare la squadra, si è trovato a dover prendere in mano la squadra, mentre il resto dell’organizzazione cercava di proteggere lo spogliatoio dal caos mediatico. In questo senso, la solidità mostrata sul campo, la chiarezza delle gerarchie, l’intensità, l’immediatezza con cui il gruppo ha risposto, è stata forse anche una reazione collettiva a quanto accaduto.
Nel frattempo il calendario non perdona, con undici delle prime tredici partite contro avversarie da playoff e un occhio all’infermeria per monitorare le condizioni di Robert Williams, rientrato nella vittoria di NBA Cup contro Denver, Matysse Thybulle, fermo per problemi a un’anca, e Scoot Henderson, che sta recuperando da un infortunio a un polpaccio patito in pre season. I primi due dovrebbero elevare ulteriormente il volume difensivo e le rotazioni, mentre il terzo darà ulteriore benzina all’attacco di una squadra che, contro ogni previsione (ok non proprio tutte), ha trovato una propria identità. Che non sarà sempre elegante. Ma ha una logica. E in una stagione che promette più ostacoli che corsie preferenziali, avere un’identità – un’idea che resiste ai parziali, agli imprevisti, alla cronaca – è già tanto. I Blazers hanno scelto la propria: il ritmo quest’anno lo dettano loro.





