L’ascesa di Donovan Clingan e Deni Avdija
Per usare le parole proprio di Jrue Holiday: “Se non ci fosse DC non saremo questa squadra”. DC, per i più distratti, è il secondo anno Donovan Clingan. L’ex UConn è il giocatore che rende possibile e logica questa scelta di identità. Se vuoi pressare come un pazzo serve qualcuno che garantisca protezione nel pitturato: contro Clingan gli avversari stanno tirando appena il 41% al ferro, un dato in linea con quello di Rudy Gobert, per dirne uno.
Se, allo stesso modo, vuoi spingere sul pedale del gas in attacco e attaccare il ferro in transizione, serve un lungo che possa garantirti rimbalzi d’attacco (4.6 a partita, quarto in NBA) e punti conseguenti (3.6, sesto). Clingan fa tutto questo, accettando lo sforzo di correre avanti e indietro per il campo senza praticamente chiedere palloni oltre a quelli che va a procacciarsi lui.

La sua presenza rende sostenibile l’attacco al pitturato che i Blazers portano avanti in modalità continua ogni sera (secondi per tiri al ferro in NBA). Avdija, Holiday e Shaedon Sharpe mettono pressione al canestro avversario, obbligando la difesa a muoversi e reagire di conseguenza. E se un tiro non entra, spesso ci sono praterie di spazio a disposizione di Clingan per andare a trasformare in due punti il rimbalzo offensivo.
Un’idea chiara di gioco che sta dando più ritmo a tutta la squadra. Deni Avdija ne è il beneficiario più evidente. Ha iniziato la stagione con quattro ventelli consecutivi e diciannove punti contro i Jazz. Ma questa produzione offensiva non è figlia di un momento particolarmente prolifico al tiro – dove comunque rimane una minaccia costante, col 37% su oltre sei tentativi a partita da dietro l’arco – quanto del ritmo dentro cui l’israeliano si sta trovando a giocare.
I suoi tiri, fin qua, sono quasi sempre stati la conclusione di un attacco strutturato e non tanto una soluzione residuale, quasi di ripiego, come accadeva troppo di frequente in passato. Questa sua capacità di essere protagonista in attacco è cruciale per togliere peso dalle spalle a Jrue Holiday e non obbligare a responsabilità che ancora fatica a gestire Shaedon Sharpe.
Le fatiche di Sharpe bilanciate dall’impatto di Jerami Grant
Holiday all’interno del sistema di Portland è l’uomo d’esperienza che funziona da metronomo per impedire alla rumba dei Blazers di trasformarsi in rumore cacofonico. L’attacco dei Blazers vive sulla quantità, non sulla selezione: quasi 95 tiri a partita, terzi nella lega, dodici in più degli avversari di media. Non per talento puro, ma per principio. E il confine tra fiducia e sregolatezza, in questi casi, è sottile. In difesa detta i tempi comandando il pressing, in attacco è il giocatore da cercare quando il pallone scotta, nei secondi finali dei possessi. E che, nelle mura dello spogliatoio, sicuramente starà lavorando anche per guidare la crescita di Sharpe, uno dei pochi a non avere iniziato questa stagione nel migliore dei modi.
Reduce da un’estensione contrattuale da 90 milioni di dollari e dalla promozione in quintetto, è sembrato soffrire la pressione nelle prime uscite, quasi spinto a voler dimostrare il proprio valore. Forzature in attacco e letture tardive in difesa. In un sistema che macina possessi extra e recuperi a grappolo, un primo terminale offensivo deve punire le rotazioni, non sfidarle. Splitter ha fiducia totale in lui – “Non sono preoccupato, quello che abbiamo visto finora non è il vero Shaedon” – e per ora ha lavorato sul costruirgli attorno dei quintetti, con Holiday e Avdija in particolare, che potessero alleggerirlo di responsabilità offensive anche in termini di letture. Attaccare i close out sui vantaggi costruiti attorno a lui o muovere rapidamente il pallone. In attesa del ritorno del ritmo al tiro: sotto il 24% da tre al momento. Anche perché retrocedere al ruolo di sesto uomo non è un’opzione praticabile.
Almeno finchè Jerami Grant continuerà a produrre come fatto finora. L’ex Pistons sta avendo il suo miglior avvio di stagione in carriera: quasi 22 punti di media col 53% al tiro in meno di 28’. Dalla panchina ha trovato un habitat che gli toglie l’obbligo di creare dal nulla e gli restituisce l’efficacia di punire i mismatch. All’interno della second unit, contro difese secondarie, giocando spesso da 5 nominale, riesce ad essere il giocatore che toglie le castagne dal fuoco mettendo palla a terra quando l’attacco si blocca. E sta brillando al punto che già circolano i discorsi su quanto abbia più senso cavalcare questo suo rendimento o provare a massimizzare il suo valore sul mercato.
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