Riccardo Fois ha vinto l’anello NBA con i New York Knicks. Olbiese, classe 1987, assistente allenatore nella franchigia più famosa del mondo. Eppure, la mattina dopo il trionfo, è uscito a fare colazione e ha pagato come tutti. Ecco le sua intervista rilasciata a La Nuova Sardegna:
«Mi avevano detto: dopo che vinci un titolo NBA, in quella città non pagherai più neanche un caffè. Invece stamattina sono uscito, nessuno mi ha riconosciuto e ho pagato come sempre. Forse anche di più.»
Una battuta che racconta molto di chi è Fois: uno che ha vissuto qualcosa di straordinario senza perdere il senso delle proporzioni. «I giocatori fanno il lavoro vero», ripete più volte nell’intervista, definendosi un mattoncino all’interno di una macchina estremamente complessa. La visibilità che gli è arrivata addosso in questi giorni lo mette persino a disagio.
Fois, da Olbia al Madison Square Garden nel nome di Ewing e Datome
Prima di arrivare ai Knicks, Fois aveva già vissuto i playoff con i Phoenix Suns. Sa cosa significa quel tipo di pressione, il pensiero costante alle possibili soluzioni ma anche alle possibili sconfitte, il vivere alla giornata fino all’ultimo secondo dell’ultima partita. Stavolta, però, è andata diversamente.
In camera, da ragazzo, aveva una canotta di Patrick Ewing, leggenda degli stessi Knicks, appesa al muro. Quando lo ha incontrato al Madison gli ha detto quello che aveva da dirgli. Nel frattempo, la notte prima delle partite, lo staff e i giocatori dormivano in centro, vicino al Garden, e l’attesa della città si sentiva già allora, concreta, quasi fisica. Giovedì è arrivata la parata per le strade di New York.
Tra i suoi amici di lunga data c’è Gigi Datome, con cui Fois ha condiviso i campetti e le trasferte in macchina attraverso la Sardegna, compressi tra i borsoni:
«Gigi si allenava fortissimo ed era già un fenomeno, io ci provavo, ma tutti sognavamo. Credo che le nostre due storie, per quanto differenti, possano dire ai giovani: chiunque ce la può fare.»
Datome lo ha chiamato dopo la partita decisiva. Era felicissimo. Fois racconta che il suo amico ha realizzato tutti i suoi sogni da giocatore, mentre lui non ci è riuscito in campo, ma si sta realizzando adesso da tecnico.
Un messaggio di speranza per il futuro dei ragazzi sardi
Fois guarda alla Sardegna con affetto e con una certa responsabilità. Ricorda quando il basket sull’isola era davvero roba per pochi, quando qualche genitore registrava le partite NBA di notte e il giorno dopo i VHS giravano di casa in casa. Oggi la situazione è radicalmente diversa:
«Negli ultimi due decenni la pallacanestro è diventata un marchio di identità della Sardegna, una cosa impensabile quando ero ragazzino. Spero che sempre più ragazzi lo pratichino e che si investa sempre di più nei campi e nelle palestre, per dare a tutti la possibilità di inseguire i propri sogni. Proprio come è stato per me e Gigi.»
Presto l’allenatore tornerà in Italia per uno stage con la nazionale. Per il resto, per ora, sta semplicemente tirando il fiato. E pagando il caffè di tasca sua.
