Il tanking NBA è una pratica tanto discussa quanto difficile da definire in modo netto. In sostanza, si tratta della scelta da parte di una franchigia di non puntare realmente alla vittoria nel breve periodo, accettando — e in certi casi favorendo — una stagione negativa.
L’obiettivo non è perdere per il gusto di farlo, ma posizionarsi meglio in vista del Draft, dove arrivano i migliori giovani talenti del mondo. È una logica fredda, quasi aziendale: sacrificare il presente per aumentare le possibilità di costruire un futuro vincente.
Perché le squadre fanno tanking
Dietro il tanking NBA c’è soprattutto la struttura stessa della NBA. Il Draft rappresenta la via principale per acquisire giocatori di alto livello a costi contenuti, e avere una scelta alta può cambiare il destino di una franchigia.
Quando un ciclo tecnico si esaurisce e non ci sono margini per competere, alcune squadre preferiscono azzerare e ripartire, accumulando giovani e spazio salariale. È una decisione che raramente viene dichiarata, ma che emerge chiaramente dalle mosse di mercato e dalle rotazioni in campo.
Come funziona davvero la Draft Lottery
Per contrastare gli abusi, la NBA ha introdotto la Lottery, un sistema che assegna le prime scelte del Draft tramite sorteggio tra le squadre fuori dai playoff.
Oggi il meccanismo è studiato per ridurre i vantaggi di chi perde di più: le tre peggiori squadre hanno le stesse probabilità di ottenere la prima scelta, e solo le prime quattro posizioni vengono decise dalla lotteria. Questo significa che finire ultimi non garantisce più un vantaggio decisivo, rendendo il tanking molto meno “sicuro” rispetto al passato.
Il tanking è davvero intenzionale?
Nessuna franchigia ammetterà mai apertamente di voler perdere. Eppure, osservando certe stagioni, il disegno appare evidente.
Capita di vedere giocatori chiave tenuti fuori per lunghi periodi, giovani inesperti lanciati con minuti importanti e veterani ceduti a stagione in corso. Sono segnali che raccontano una direzione precisa, anche senza dichiarazioni ufficiali. È qui che il tanking vive, in quella zona grigia tra strategia e necessità.
Esempi famosi di tanking NBA
Negli ultimi anni, alcuni casi sono diventati emblematici. I Philadelphia 76ers del “Trust the Process” hanno trasformato il tanking in una vera e propria filosofia, accumulando scelte e talento giovane.
Più recentemente, squadre come Oklahoma City e Houston hanno intrapreso percorsi simili, puntando su ricostruzioni profonde. Non sempre però il risultato è garantito: avere tante scelte alte è solo l’inizio, non la soluzione.
Le critiche al tanking
Il tanking NBA divide tifosi, addetti ai lavori e lega stessa. Da un lato c’è chi lo considera una strategia legittima, dall’altro chi lo vede come un danno per lo spettacolo.
Partite meno competitive, arene meno coinvolte e un messaggio ambiguo sulla cultura della vittoria sono tra le principali critiche. Non a caso, la NBA è intervenuta più volte per limitarne l’impatto, cercando un equilibrio tra competitività e libertà gestionale.
Il tanking NBA funziona davvero?
La verità è che non esiste una risposta definitiva. Il tanking NBA può funzionare, ma solo se accompagnato da scelte giuste e da una struttura societaria solida.
Ci sono esempi di squadre che hanno costruito successi senza passare da stagioni disastrose, dimostrando che esistono alternative. Alla fine, il Draft offre opportunità, ma non certezze.
Il tanking NBA è una realtà con cui la lega convive da anni, fatta di strategie silenziose e decisioni impopolari.
Non è semplicemente “perdere apposta”, ma un modo — discutibile, ma spesso efficace — di ripensare il futuro. Oggi però, con le nuove regole della Lottery, affidarsi solo alle sconfitte non basta più: per tornare davvero a vincere servono idee, competenza e soprattutto visione.
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