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Home Europa

Tyler Dorsey e il passaporto greco: perché è un “naturalizzato” con l’asterisco

Simone Mazzola by Simone Mazzola
1 Apr 2026
in Europa
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Credit Savino Paolella

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Il derby greco tra Olympiacos e Panathinaikos ha riacceso il dibattito attorno a Tyler Dorsey e alla legittimità del suo passaporto ellenico. Ataman ha invocato la revoca della cittadinanza cestistica della guardia americana, scatenando l’ennesima polemica in un confronto già incandescente. Ma qual è la vera storia dietro il passaporto greco di Dorsey, e perché — a differenza di Nick Calathes — porta ancora quell’asterisco da “naturalizzato”? Lo spiega in maniera approfondita Gazzetta.gr.

Le radici greche di Dorsey e l’iter per il passaporto

Tutto nasce da un’intervista rilasciata da Tyler Dorsey quando era ancora un liceale californiano e aveva appena ricevuto la borsa di studio per l’Università dell’Oregon. In quella circostanza, il giovane guardia menzionò quasi per caso le sue origini greche per parte di madre: il nonno materno, Samia Konstantinidou, aveva aperto un ristorante ad Atene, un dettaglio che si sarebbe rivelato decisivo.

La dichiarazione arrivò alle orecchie di Nikos Papaioannou, figura ben connessa negli ambienti del basket americano, che la girò a Panagiotis Fasoulas. Il leggendario centro greco, allora molto attivo nella federazione ellenica come braccio destro del presidente Giorgos Vasilakopoulos, avviò rapidamente le procedure burocratiche. Dopo un breve viaggio a Los Angeles per raccogliere la documentazione necessaria, il passaporto fu rilasciato in pochi giorni. Dorsey, diciottenne all’epoca, venne registrato con il nome di Elias Papatheodorou e fece la sua prima apparizione ufficiale con la maglia della nazionale giovanile greca, venendo poi selezionato tra i migliori cinque al Campionato Mondiale Under-19 di Creta nel 2015.

Perché Dorsey è “naturalizzato” e Calathes no: il nodo regolamentare FIBA

Qui sta il cuore della questione, spesso fraintesa nel dibattito pubblico. Secondo i regolamenti FIBA in vigore all’epoca, un giocatore non veniva classificato come “naturalizzato” — e quindi non occupava uno slot riservato agli stranieri in nazionale — a condizione di aver ottenuto la cittadinanza cestistica prima dei 16 anni di età. Oggi quel limite è stato innalzato a 18 anni, ma per Dorsey si applicò la normativa previgente, e poiché aveva già superato la soglia anagrafica al momento del rilascio del passaporto, scattò automaticamente la condizione di acquisizione differita della cittadinanza cestistica. Da quel momento in poi, ogni sua convocazione porta l’asterisco.

Il caso di Nick Calathes apparentemente è identico nella sostanza — nonni greci da parte di padre, prima convocazione in nazionale giovanile a 19 anni — ma l’esito fu opposto. La federazione greca riuscì a dimostrare le sue origini elleniche con sufficiente solidità documentale, e il filelleno Patrick Bauman, allora segretario generale della FIBA, approvò la richiesta con una certa flessibilità interpretativa. Si ritiene, inoltre, che proprio la “concessione” ottenuta nel caso Calathes abbia contribuito a un atteggiamento più rigido da parte della FIBA nella gestione successiva del dossier Dorsey.

I retroscena inediti: le tensioni interne alla nazionale giovanile

Dietro la storia ufficiale si celano episodi rimasti a lungo nell’ombra. Dorsey, secondo quanto trapelato negli anni, arrivò alla preparazione della nazionale giovanile visibilmente a disagio, faticando a inserirsi nel gruppo. La situazione degenerò al punto che, alla vigilia del Campionato Europeo Under-20, undici dei tredici giocatori convocati si riunirono in segreto in una stanza d’albergo per chiedere l’esclusione di Elias Papatheodorou dalla rosa dei dodici, a favore di un compagno proveniente dalla filiera giovanile greca. La richiesta non venne accolta.

Non mancarono nemmeno le frizioni istituzionali: Panagiotis Tsagronis, allora segretario generale della federazione e in aperto disaccordo con Fasoulas, avrebbe ricoperto un ruolo di opposizione informale all’intera operazione. Circolarono voci insistenti su un suo tentativo di ostacolare il rilascio del passaporto, senza però che ciò producesse effetti concreti.

Vale infine la pena ricordare un dettaglio significativo sul contesto americano: poche settimane prima di quella rassegna mondiale giovanile, Dorsey era stato tagliato dalla rosa di venti giocatori della nazionale Under-19 USA dal commissario tecnico Sean Miller. Quella squadra americana era dominata da futuri protagonisti assoluti dell’NBA, tra cui Jayson Tatum e Jalen Brunson. Nonostante l’esclusione, Dorsey segnò 23 punti nella sconfitta della Grecia contro gli Stati Uniti in semifinale, in una partita terminata 76-82.

La vicenda di Tyler Dorsey è molto più di una questione burocratica: è lo specchio di come il basket europeo, e quello greco in particolare, abbia cercato negli anni di costruire nazionali competitive attingendo alla diaspora e sfruttando i margini — talvolta molto elastici — della normativa FIBA. L’asterisco da naturalizzato che accompagna ogni sua convocazione non è una macchia, ma il risultato preciso di regole applicate con rigidità diversa a seconda del momento e del contesto politico federale. Con il dibattito che si riaccende a ogni derby greco, vale la pena conoscere i fatti prima di invocare revoche o misure disciplinari. La polemica è facile; la storia, come sempre, è più complicata.

Tags: OlympiacosTyler Dorsey
Simone Mazzola

Simone Mazzola

Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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