Una mattina a Roma con Marco Belinelli, l’unico italiano ad aver vinto l’anello NBA. L’occasione è la presentazione in anteprima stampa del docufilm The Basketball Dream, prodotto dalla società “Frame by Frame” con Red Private, in collaborazione con Rai Documentari e con il patrocinio di FIP e Lega Basket. Il film, della durata di 87 minuti, ripercorre tutte le fasi della carriera di Beli: dagli inizi in Serie A, dai trionfi NBA fino ai complimenti di Obama, al gran ritorno finale a Bologna.
Belinelli si racconta senza filtri, rispondendo alle domande dei giornalisti. Sul rapporto con la stampa è diretto:
“Per questo docufilm ho fatto sicuramente l’intervista più lunga della mia vita, durata tipo 4 ore. Ma mi sono sempre sentito a mio agio e poi nella mia carriera la stampa e le critiche che mi sono servite tantissimo per farmi ottenere i risultati che sono riuscito a conseguire. Quando qualcuno scriveva male di me l’ho sempre accettato ma con un unico pensiero: ‘Devo farti cambiare idea!'”
La Nazionale, l’Umbria e i compagni di spogliatoio
Sul capitolo azzurro, Belinelli non ha dubbi: il più grande rimpianto della sua carriera è non aver mai vinto nulla con la maglia della Nazionale.
«Sono sempre stato contento e anzi veramente orgoglioso di rappresentare l’Italia, per me stesso, per la mia famiglia e per tutto il Paese. Anche perché da giocatore NBA ritengo che giocare in Nazionale abbia un valore ancora più importante».
Ricorda con dolore alcune sconfitte, in particolare quella contro la Croazia a Torino, e ammette che forse a mancargli è stata un po’ di fortuna. La prima convocazione risale al 2005 con Recalcati.
C’è poi un angolo d’Italia inaspettato nella sua storia americana: l’Umbria. Il primo anno in NBA, arrivato a San Francisco, il suo agente lo porta in un ristorante italiano che si chiama Ristorante Umbria, all’epoca il migliore ristorante italiano della città. Il proprietario, Giulio Tempesta, diventa per lui «un secondo padre», lo aiuta con la lingua e con l’inserimento. «È nato questo grandissimo rapporto con lui, con la cucina italiana, con l’Umbria. È stato veramente molto bello e nel docufilm è raccontato molto bene».
Sui compagni di carriera più importanti cita Manu Ginobili, che lo ha introdotto nel mondo dei San Antonio Spurs, Chris Paul, e poi Kobe Bryant: «Mi ha dato belle parole, lo ho sempre affrontato come avversario». Tra i più divertenti in spogliatoio nomina Baron Davis, Matt Bonner a San Antonio e Nate Robinson a Chicago.
Il 3×3 olimpico: “Sarebbe bello, ma gli acciacchi…”
A chiudere l’intervista, una suggestione romantica: le Olimpiadi nel 3×3. «Ne abbiamo parlato con Andrea Bargnani e Gallo (Gallinari). Probabilmente servirebbero meno acciacchi, ma sarebbe bello, l’occasione per partecipare alle Olimpiadi, a cui purtroppo ho fatto solo da spettatore». Chissà, Beli, mai dire mai.





