La diagnosi è arrivata e non lascia spazio all’ottimismo: stiramento di Grado 2 al bicipite femorale sinistro per Luka Dončić, out per il resto della regular season. Con i playoff NBA al via il 18 aprile e i Lakers terzi a Ovest con un record di 50-27, la domanda che tiene in apprensione Los Angeles è una sola: riuscirà la stella slovena a essere in campo quando conterà davvero? I precedenti storici nella lega offrono una risposta tutt’altro che incoraggiante. Analizza il caso The Athletic.
Cos’è uno stiramento di Grado 2 e perché i tempi di recupero sono imprevedibili
Uno stiramento muscolare di Grado 2, tecnicamente classificato come lacerazione parziale, rappresenta una lesione di entità intermedia: più seria di un semplice affaticamento, meno devastante di una rottura completa. Il problema, nel caso del bicipite femorale, è che i tempi di recupero variano in modo significativo da caso a caso e che il rischio di recidiva rimane elevato anche dopo il rientro in campo.
La storia recente della NBA lo conferma con una serie di precedenti preoccupanti. Peyton Watson, ala dei Denver Nuggets, ha saltato 19 partite in 46 giorni per un identico stiramento di Grado 2 al femorale destro nella stagione in corso — e proprio quando stava lavorando per rientrare, ha subito una ricaduta. Aaron Gordon, suo compagno di squadra, ha vissuto un calvario ancora più lungo: la stessa lesione gli è costata 19 partite in 44 giorni, poi una recidiva a gennaio con ulteriori 17 gare di stop in 42 giorni. E nella scorsa postseason, Gordon aveva tentato di stringere i denti in Gara 7 contro gli stessi Thunder: il risultato era stato una prestazione ampiamente al di sotto del suo livello.
Il caso Jalen Williams e i precedenti più ottimistici: quanto può sperare Dončić?
Il parallelo più diretto con la situazione di Dončić è forse quello con Jalen Williams — paradossalmente, proprio il giocatore che lo stava marcando al momento dell’infortunio. Williams ha saltato 10 partite in 23 giorni per un problema analogo al femorale destro, è rientrato brevemente, e poi si è fermato di nuovo due giorni dopo per ulteriori 16 gare in 40 giorni. “È stata la parte più dura della stagione — non giocare, poi giocare, poi prendere ritmo, e poi fermarmi di nuovo troppo a lungo”, ha dichiarato la guardia di OKC dopo la partita di giovedì.
Esistono però precedenti più favorevoli. James Harden, nel gennaio 2018, recuperò da uno stiramento di Grado 2 in soli 18 giorni saltando appena sette partite — una tempistica che, applicata al caso Dončić, consentirebbe un rientro nel primo turno dei playoff. Harden ha poi vissuto una situazione simile nei playoff 2021 con Brooklyn: rientrato dopo soli tre giorni di stop nel secondo turno contro Milwaukee, non fu mai davvero se stesso, e i Nets persero la serie. È esattamente il dilemma che si trova ad affrontare ora la dirigenza di Los Angeles.
Il vero nodo per i Lakers: accelerare il rientro o pensare al futuro di Dončić?
Oltre alla questione puramente medica, i Lakers devono fare i conti con una valutazione strategica delicata. Dončić è un giocatore costruito sulla capacità di cambiare ritmo, cambiare direzione e creare situazioni di vantaggio con il corpo: esattamente il tipo di movimenti che sollecitano in modo intenso il bicipite femorale e che rendono la sua piena efficacia strettamente dipendente da una condizione fisica ottimale. Forzarne il rientro in tempo per la postseason significa esporre non solo la sua resa immediata, ma anche la tenuta dell’investimento a lungo termine che Los Angeles ha fatto su di lui.
C’è poi il tema dell’eleggibilità all’MVP, già sollevato nei giorni scorsi: con 64 presenze su 65 necessarie per qualificarsi al premio, una sola partita mancante potrebbe escluderlo dalla corsa individuale — un dettaglio amaro in una stagione in cui aveva dominato marzo con 37.5 punti di media. La vera domanda, quindi, non è se Dončić tornerà in tempo per i playoff. È se un ritorno affrettato valga il rischio — per lui, per la stagione e per i prossimi anni di una franchigia che lo ha scelto come pilastro del futuro.
I precedenti nella lega parlano chiaro: fretta e femorali raramente vanno d’accordo. E per una franchigia che pensa non solo all’aprile 2026, ma agli anni a venire, la scelta più difficile potrebbe rivelarsi anche quella più saggia.
