C’è una narrativa comune che dipinge il risveglio dal coma come un momento di pura estasi e gratitudine. Achille Polonara, ai microfoni di The BSMT, rompe questo tabù raccontando una verità molto più complessa e controversa: la rabbia.
Dopo aver affrontato una leucemia causata probabilmente dalla chemioterapia precedente, Achille Polonara è finito in coma per cinque giorni a causa di una complicazione durante la rimozione di un catetere. Al suo risveglio, però, il sentimento predominante non è stata la gioia, ma un profondo risentimento verso la vita che lo costringeva a combattere ancora, dopo aver sfiorato una “liberazione” indolore.
Il conflitto interiore di Achille Polonara
Le sue parole descrivono un conflitto interiore raramente raccontato con tale onestà:
“Ringrazio naturalmente per essere vivo, per miracolo e tutto, però dico pure cavolo, cioè stavo per morire, quindi sono un po’ incavolato, diciamo. Dico cavolo, stava andando tutto bene perché stavo per morire. E quindi dico, è come se mi fossi svegliato dal coma contento da un lato, ma incavolato dall’altro. Com’è possibile? Perché ancora una volta ero guarito, sembrava che stesse andato bene, ne è arrivata un’altra legnata… un’altra batosta così, cioè stavo morendo oppure mi dicevano che sarei rimasto per tutta la vita in sedia a rotelle. Appena mi è arrivata [la diagnosi di leucemia] ho detto basta, non è possibile a distanza di due anni comunque due situazioni del genere.”
Fragilità e coraggio quotidiano
Questa confessione spoglia la malattia di ogni retorica eroica. Achille Polonara ammette il desiderio di arrendersi, il rifiuto del cibo e la fatica di chi si sente perseguitato da un destino avverso.
È un racconto che dà dignità alla fragilità mentale, ricordandoci che la forza di non mollare non è un interruttore sempre acceso, ma una faticosa conquista quotidiana che passa anche attraverso l’odio per la propria sofferenza.
Svegliarsi è stato il vero atto di coraggio, non per la biologia, ma per la volontà di accettare il dolore del ritorno.
