L’esodo dei giovani talenti italiani verso gli Stati Uniti è un tema che divide, ma Amedeo Della Valle, tra i primi italiani a sfidare l’Oceano ai tempi di Ohio State, ha una visione netta. Per la guardia della Germani Brescia non si tratta di una fuga, ma di un’opportunità necessaria che il sistema italiano non riesce, al momento, a pareggiare.
Nell’intervista rilasciata raccolta nel post partita di Brescia-Treviso, Amedeo Della Valle ha spiegato perché la scelta del college sia oggi così attrattiva:
«Io vado un po’ contro tendenza, sono super contento di questa cosa: che tutti questi ragazzi riescano ad andare in America e che tutti vengano pagati tantissimi soldi. Sono contento per loro perché è un’opportunità; è facile criticare il sistema, ma chiunque nelle loro scarpe farebbe questa cosa. Tra l’altro vai a vivere un’esperienza clamorosa, vai a imparare una cultura totalmente diversa. C’è sempre tempo per tornare.»
La mancanza di alternative e il consiglio di Amedeo Della Valle
Il cuore della questione risiede nella capacità delle società italiane di creare percorsi credibili per i ragazzi che escono dalle giovanili. Se l’alternativa proposta oltreoceano è migliore, sia economicamente che a livello formativo, la scelta diventa razionale:
«Io sono super contento che questi ragazzi possano seguire dei sogni. Se noi non gli abbiamo creato delle alternative, perché arriva uno che ha un’alternativa migliore, è giusto che vadano con l’alternativa migliore. Ho parlato in nazionale con dei ragazzi che avevano curiosità, ho parlato molto con Torresani di Treviso: io banalmente ho consigliato a tutti di andare, spero che le società non mi odino. Se potessi tornare alla loro età… io ci sono andato gratis, ci sono andato pagando, quindi ci tornerei al volo proprio.»
Amedeo Della Valle sullo status: crescere fuori casa
In chiave futura, questo “esodo” potrebbe trasformarsi in un vantaggio per il movimento nazionale. Nonostante il rischio immediato di perdere apporti interessanti nelle squadre di media e bassa classifica, il ritorno di questi giocatori dopo il ciclo collegiale potrebbe alzare sensibilmente il livello del campionato grazie a una maturità diversa.
«Secondo me nelle squadre di bassa e medio classifica a nessun giovane è stata data l’opportunità di giocare ad alto livello. Purtroppo a volte bisogna uscire di casa per acquisire qualcosa di più a livello di personalità, di status, di tutto. Ci sarà un momento di carenza dove tutti andranno via, ma ci sarà un ciclo dove, quando torneranno, il livello si alzerà decisamente. Sono curioso di vedere quando torneranno tutti come sarà il livello.»
Il metodo di lavoro americano e la disponibilità delle strutture restano fattori determinanti che Della Valle sottolinea con forza:
«Il metodo che ho potuto vivere là è di una magnitudo diversa rispetto a quello a cui siamo abituati qua, anche solo a livello di disponibilità di palestra. È una cosa che secondo me aiuta. Noi a livello di questo non ci siamo ancora, quindi sono contento se uno riesce a trarne un vantaggio.»
Il professionismo spietato della Serie A
La difficoltà per un giovane di affermarsi in Italia risiede anche nell’instabilità delle panchine e nella pressione costante dei risultati. In un campionato dove saltano molti allenatori, il tempo per la formazione dei giovani spesso scompare, come ha dichiarato Amedeo Della Valle:
«Un ragazzo parte con tutti i buoni presupposti, ma alla Serie A quanti allenatori sono saltati quest’anno? Più di un terzo, solitamente nelle squadre di media o bassa classifica. Se il giovane non trova la situazione dove lui gioca bene e la squadra va bene, quel progetto lì è già messo da parte. La Lega Basket è un campionato tosto, è un lavoro per tutti: per gli allenatori e per le società per rimanere in Serie A, quindi non c’è tanto tempo per fare esperimenti.»
In questo contesto, secondo Amedeo Della Valle, tornare in Italia dopo essersi formati all’estero sembra essere la strategia più solida per affrontare un mondo professionistico che non fa sconti.
«È meglio che uno torni quando è più pronto. Io quando sono andato via non ero pronto per giocare in Serie A. Quando sono tornato ci ho messo sei mesi o un anno prima di capire come funzionasse. Quando Mussini è tornato dal college, che due anni prima sembrava dovesse giocare da titolare, le prime partite ha fatto un po’ fatica ed è stato messo ai margini. Purtroppo il mondo professionistico è spietato.»
