Non serve neanche troppa scenografia. Due poltrone, luce soffusa, Kevin Durant e Draymond Green che vanno a ruota libera. Bleacher Report lancia il suo nuovo format “Chips” e fa il vuoto. Un nuovo segmento editoriale che farà storia. C’eravamo lasciati con la lite – ai tempi di Golden State – dopo la gara coi Clippers, con l’addio di KD in direzione Brooklyn e con l’orso ballerino fuori dagli schermi della nuova Baia. Li ritroviamo sorridenti, forse sono anche attori navigati, ma la parlantina non manca.
Si parte dal remoto, dalla scelta heartbreaker di Durant di lasciare i Thunder per andare “a vincere” a Golden State. Una squadra che aveva già il suo anello, che con KD avrebbe solo potuto migliorare e diventare a tratti invincibile e ingiocabile, anche se LeBron James avrebbe almeno UN argomento per dire il contrario. Curioso che Durant si definisca un perfect fit per i Warriors all’epoca del suo passaggio, che segnò un’epoca. Si può condividere l’argomento cestistico, ma questo non risulterebbe vero se si pensass che in qualsiasi squadra di quell’epoca, che avesse un minimo di costruzione di gioco e talento, l’ex Seattle avrebbe portato quel qualcosa in più che servisse. Il fatto che per lui Golden State fosse uno step successivo è forse l’unica bugia che si concede in questa intervista. Kerr gli offriva la pallacanestro di costruzione che non aveva mai avuto ai Thunder con RW0 e Scott Brooks. I fatti gli hanno dato ragione, almeno all’inizio.
Quando a parlare è Green è come se invece si rimanesse in attesa di una bomba che non ci aspettiamo. E quando, tramite le sue domande, confessa che dopo due anni (vincenti) Durant fosse fuori dall’uscio con più di un piede, ci si sorprende. Specie per il tipo di mercato che – anche senza la partenza dell’attuale stella dei Nets – avrebbero fatto i Warriors. La risposta di KD è interessante e ancora una volta trancia una linea di demarcazione netta col suo passato. Il “role” pesa e non poco nell’etica quotidiana di un giocatore, e i Thunder hanno fallito in questo fondamentale, in cui ognuno doveva fare tutto. La mancanza di specializzazione sarebbe stata la causa di tante cose disfatte in corsa, così come invece era il punto di forza con Curry ed il resto della truppa.
Sulla sconfitta con Toronto, che senza troppi giri di parole Durant equipara a quella in maglia Nets, si può glissare. Infortuni e aspettative mancate, assenza di rimpianti ma anche e soprattutto la consapevolezza dei propri mezzi la fanno da padrone. È forse la parte meno interessante dell’intervista, perchè Green annuisce come uno scribacchino che non ha visto una partita e la sta commentando, mentre il suo interlocutore fa un’affermazione di stile degna di un ipse dixit. E se ha bisogno di rimarcarlo, con la parola regrets che fa spesso capolino, è probabile che si tratti di un nervo scoperto.
Green però ha lasciato il meglio per la fine e questo definisce la sua teatralità per il climax finale, come le sue giocate difensive. Parlare di Kyrie Irving e del “litigio” sono le ciliegine sulla torta. Gli occhi di KD cambiano, come quando sta guardando la partita e sa che è il momento decisivo. Sul suo compagno di squadra attuale è tranchant: avere un modo di giocare unico non è abbastanza per essere amati in una lega dove quello che dici e pensi ha molto più eco rispetto a quello che fai. E le prove a supporto di questo assunto in Irving le si trovano nelle tante squadre lasciate da lui senza troppa pena e del fatto che se ne parli, nel bene e nel male, sempre e comunque.
Quanto alla rottura tra Green e Durant post gara coi Clippers, i due glissano un po’ la risposta, arrivando a concordare che non fu (solo) quella la miccia che fece implodere Golden State. In un dialogo che tocca temi psicanalitici della Vienna di inizio 900′ – quasi una conversazione tra Freud e Jung – si parla di affrontare le conseguenze di un gesto che non si può cancellare. Se davvero la mental healthness è un problema sentito in NBA, non è concepibile che dopo un alterco del genere una squadra che ha consulenti di ogni genere milionari possa far finta di niente. Forse era solo il simbolo che quel gruppo era arrivato alla frutta, o forse che servisse una scossa. Bello il parallelo con Pippen dei Bulls dell’ultimo three-peat – altra parola sdoganata in quantità industriale- e la citazione di the last Dance. Solo che Chicago vince, mentre questa loro storia finisce come moneyball, con gli Oakland A’s di Billie Bean che perdono. E secondo voi il cappellino di Durant di che squadra era?





