Si sta per chiudere un mercato estivo che ha visto molti nomi interessanti arrivare nel campionato di Serie A. Tuttavia, nulla è riuscito a raggiungere il livello di interesse suscitato dalla firma di Willie Cauley-Stein nella passata stagione da parte dell’OpenjobMetis Varese. Un acquisto che si è poi rivelato un flop, ma che ai tempi veniva visto come una scommessa potenzialmente molto intrigante. L’americano non è riuscito a lasciare il segno, risolvendo il contratto con la società a dicembre 2023. Subito dopo ha firmato in Portorico con gli Indios de Mayaguez per provare a rilanciarsi, ma anche quell’esperienza non è andata bene. Cauley-Stein è approdato in ritardo di condizione e non ha mai giocato neanche una partita in Portorico, venendo subito sostituito dall’ex Brindisi Nick Perkins.
In definitiva, dall’NBA fino al non giocare in Portorico: la carriera di Willie Cauley-Stein ha rappresentato una parabola nettamente discendente, viste anche le premesse iniziali. Da giocatore impattante e di rotazione nella Lega migliore del mondo, a giocatore che fatica a lasciare il segno dovunque giochi. Poche luci e tante ombre, quindi, nella vita dell’americano e questa dicitura vale non solo per la sua carriera sul campo. Cauley-Stein più volte è rimasto coinvolto in situazioni pericolose anche fuori dal campo, e in una di queste ha rischiato di morire.
A raccontarlo è stato lo stesso centro ex Varese a The Athletic. Cauley-Stein ha giocato 422 partite di NBA nella sua carriera, l’ultima in data 4 marzo 2022 con la maglia dei Philadelphia 76ers. Precedentemente, la sua avventura ai Dallas Maverick si era chiuso nel novembre 2021 “per motivi personali”. Motivi che, scopriamo oggi, travalicavano di gran lunga le vicende legate alla pallacanestro. In quel periodo, infatti, l’americano si trovava nel bel mezzo di 65 giorni di riabilitazione per abuso di sostanze.
Potrei essere tranquillamente morto. […] Ho chiesto aiuto prima che fosse troppo tardi e sono migliorato, ma è stato molto più difficile poi tornare a concentrarsi sulla pallacanestro.
La quasi morte di Cauley Stein deriva dall’abuso di una sostanza che lui credeva fosse Percocet, un misto di oxycodone e paracetamolo, due sostanze già molto pericolose di per sé. In realtà, le pillole che l’americano stava assumendo erano false e piene di fentanyl. Una droga cento volte più potente della morfina, cinquanta volte più potente dell’eroina. Si stima che una sola pillola potrebbe uccidere una persona, e Cauley-Stein ne aveva fatto abuso inconsapevolmente per mesi.
Non lo sapevo finché non mi sono consegnato. Ho guardato mia moglie e ho detto “O mio Dio”. Sentivo storie di ragazzini che andavano a una festa, decidevano di assumere il Percocet, ma alla fine era fentanyl e morivano. Per una sola pillola. Io ne avevo prese centinaia, per mesi ed anni.
L’abuso di sostanze da parte di Cauley-Stein è riconducibile a un periodo della sua vita molto duro. Dal 2015 al 2019, dopo essere diventato un mito del suo college a Kentucky, la sua carriera da pro con Sacramento era iniziata nel migliore dei modi e con ampie premesse. La sua quarta stagione con i Kings fu la migliore ma, invece di ottenere un contratto più importante, la franchigia decise di scambiarlo a Golden State. In quegli stessi giorni, uno dei suoi amici venne ucciso in una sparatoria in cui rimasero feriti anche altri tre suoi amici.
Quell’evento iniziò una spirale di problemi mentali. Cercare di affrontarlo e allo stesso tempo giocare per una nuova squadra, con un brutto contratto, e allo stesso tempo mia moglie divenne incinta… erano troppi cambiamenti e troppe cose strane, quindi ho iniziato a fare uso di antidolorifici per scappare dalla realtà.
Successivamente, a sua nonna venne diagnosticato un cancro alle ossa che la distrusse lentamente. Cauley-Stein non riuscì ad affrontare anche questa problematica, affidandosi ancora di più ai farmaci.
Mi facevo così tante pillole, ero addormentato tutto il tempo. Quando ero sveglio, non ero davvero lì. Non sono riuscito a stare accanto a mia nonna. […] Ero un codardo. Ogni volta che le parlavo peggiorava, e non volevo vederla così.
Sua nonna morì l’1 dicembre 2021. Sei giorni dopo, Cauley-Stein entrò in riabilitazione. In quei mesi la squadra aveva capito che c’era qualcosa che non andava, non vedendo più negli occhi del centro la scintilla di un tempo. Quasi come se fosse perennemente assente. Cauley-Stein sapeva che ammettere le proprie dipendenze avrebbe potuto mettere fine alla sua carriera NBA, ma sapeva anche che non chiedere aiuto avrebbe potuto significare morte.
Non appena ho chiamato per inserirmi nel programma droghe dell’NBA e ho detto tutto, ho sentito un sollievo istantaneo. Sono stato travolto da questa sensazione. Ho fatto molte cose brutte, ma non ho mai provato qualcosa di così bello, come se mia nonna mi stesse risollevando e mi stesse dando l’abbraccio più grande.
Uscito dalla riabilitazione, Cauley-Stein ha lentamente intrapreso un nuovo percorso nella propria vita. Ha scoperto l’amore per il golf, si dedica alla propria famiglia e sta cercando di dare nuova linfa a quella che sembrava una storia destinata a finire sulle pagine di cronaca nera. La sua carriera cestistica è al momento in stand-by, ma di certo l’americano la sua vittoria più grande l’ha già ottenuta.





