Per ragionare in modo oggettivo dobbiamo descrivere cosa significhi “italiano più forte di sempre”, e qui serve un distinguo: più forte = con più talento, oppure più forte = il più vincente?
La risposta è semplice: il più forte come talento? Forse sì. Il più forte come vincente? No.
Ora che abbiamo chiarito che fisiologicamente non può essere il più vincente, e constatato che ha raccolto molte meno vittorie di quanto il suo talento probabilmente avrebbe meritato, entriamo nell’analisi di una carriera clamorosa.
Lo ricordiamo tutti quando ha messo per la prima volta un piede nella nostra Serie A, all’Olimpia Milano. Fu uno dei primissimi giocatori che, oltre i due metri, fosse in grado di fare step back da tre punti con una qualità insospettabile e chirurgica. Non era una cosa a cui eravamo abituati: ci siamo stupiti e lo abbiamo ammirato, quasi ammaliati da cotanta bellezza, alla quale univa l’atletismo di un giovane ragazzo e un talento nelle mani che nel nostro Paese non si è visto molte volte.
Se vogliamo fare dei paragoni dobbiamo scomodare i Gentile, gli Esposito del caso, ma non è questo il momento di fare classifiche. Ricordo quando l’ho visto giocare per la prima volta dal vivo: mi sembrava qualcosa d’incredibile. Ricordo il duello con Nicolas Batum, all’epoca al Le Mans. Partita di Eurolega d’infimo livello, ma scontro che segnava una generazione: due talenti europei diretti in NBA che si affrontavano uno contro l’altro. Ed era molto bello vedere come Danilo abbracciasse la sfida. Si capiva subito che era di una pasta diversa, di quella dei campioni che non hanno bisogno della carta d’identità per affermarsi. Quell’Olimpia Milano, pur non essendo l’Olimpia di oggi, aveva leader e giocatori veterani di un certo peso, ma automaticamente i possessi che scottavano andavano a lui. Questo significa essere talenti generazionali e Danilo lo è stato.
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