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Adrian Banks: “Il momento più duro della mia carriera…”

La tua carriera è costellata di bellissime annate: ad Arkansas hai giocato per un sacco di grandi allenatori. Con quale hai i migliori ricordi?

I migliori momenti del college sono quelli legati ai compagni di squadra. Giochi per 4 anni con gruppi diversi, ma ogni anno devi costruire la chimica e i rapporti nello spogliatoio. Andando avanti con gli anni cercavo di continuare a godermi l’ambiente, dove mi trovavo davvero bene e dove avevo costruito un rapporto con uomini per cui sarei andato in guerra. Mi manca davvero quella parte di sofferenza e di dolori di crescita, come giocatore e come uomo.

Sei arrivato in Israele nel 2010. Quel momento è stato importante più per la tua vita o per la pallacanestro? Cosa ti porti dietro da quella stagione?

Come giocatore è stata importante: dopo due anni in Belgio dove avevo giocato davvero bene, io e il mio agente abbiamo pensato che fosse il momento giusto per fare un passo ulteriore. Fin dal primo momento ho capito che l’ambiente in Israele era quello giusto>: le persone che ho incontrato sin dal primo giorno sono ancora miei amici. Hanno capito immediatamente la mia attitudine al lavoro: ero ancora giovane con una voglia di crescere e maturare sia dentro che fuori dal campo. Israele mi ha dato le basi, le fondamenta per iniziare a costruire la mia persona, come atleta, come marito e come padre. Ho incontrato mia moglie lì: iniziammo ad essere buonissimi amici, ma poi da cosa nasce cosa… Israele è stato il punto d’inizio! Ho capito: “Ok, iniziamo a fare davvero sul serio!”.

Hai giocato davvero tanti anni in Italia. Iniziamo con Varese: intervistando Achille Polonara abbiamo parlato di quella squadra. ricordiamo tutti quanto l’assenza di Dunston e di Polonara nel momento decisivo della stagione abbia pesato nella sconfitta finale: qual era il segreto di quel gruppo? Quali le emozioni dopo l’eliminazione con Siena?

L’elemento speciale è stata la connessione del gruppo: dal primo giorno in ritiro, tutti i giocatori hanno capito il loro ruolo nella squadra. avevamo tutti una grande fame di fare ulteriori step nella carriera, sia i più giovani che gli esperti. Eravamo tutti sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, con alcuni di loro condivisi esperienze precedenti o anche solo, banalmente, l’età. Coach Frank Vitucci è davvero una grande persona, non solo un magnifico allenatore: ha saputo mantenerci uniti, farci giocare insieme. Una curiosità: arrivando all’allenamento, nessuno si azzardava a parcheggiare in un posto diverso rispetto al giorno prima, ognuno aveva letteralmente chiaro in mente che non aveva senso cambiare nulla!

Hai lavorato con Vitucci a Varese e a Brindisi. Ti ha consentito di fare un passo ulteriore come giocatore, ti ha lasciato la libertà di essere più “egoista” per il bene dell’intera squadra…

A Varese ho imparato a conoscerlo. Lui voleva conoscere ogni giocatore anche fuori dal campo, e questo ha facilitato le cose. Prima dell’arrivo dei social, non era raro parlare con lui o vederlo anche a casa. È sempre un uomo che tratta i giocatori come esseri umani, non come robot. Ho un ricordo particolare: mi feci male alla caviglia e mi ricordo come lui mi rimase vicino in quel momento, nonostante fosse arrabbiato per il mio infortunio. Ha sempre tenuto aperta la porta per me come uomo ancor prima che una sua guardia tiratrice!

Ad Avellino probabilmente è legato il momento più doloroso della carriera: quella rubata di Moss nei quarti di finale di Coppa Italia… Cosa hai imparato da quel momento?

È ancora difficile parlarne adesso. Ogni volta che lo vedo nei paraggi ho ancora paura di lui: ogni volta che mi marca ho gli incubi, come quella volta a Desio. Quella squadra mi provoca ancora malinconia: il dolore della sconfitta è stato però parzialmente lenito. Ho sfruttato l’occasione che ci fosse il padre della mia compagna per farle la proposta: ero davvero giù per la sconfitta con l’Olimpia, ma sono stati comunque due giorni magnifici a Milano! Per la mia vita sono stati giorni bellissimi, per la mia carriera cestistica decisamente meno. creare una famiglia, però, vale più di tutto. Il fatto di averla vicino mi ha permesso di gestire e superare meglio quel momento!

 

Massimiliano Bogni
Massimiliano Bogni
Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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