La top 5: da Kerr a Phil Jackson
Al 5° posto Steve Kerr, l’unico allenatore presente in classifica ancora in attività. Con un record di 600-343 (63,6%) e quattro titoli NBA, Kerr è quinto per percentuale di vittorie in regular season tra i coach con almeno 500 partite e secondo nei playoff (dietro solo a Phil Jackson) tra quelli con almeno 50 gare di postseason. La sua visione offensiva è stata un ingrediente fondamentale della dinastia Golden State: insieme a Stephen Curry ha rivoluzionato il gioco, facendo esplodere i volumi di tiro da tre punti in tutta la lega. Curry è passato da giovane promettente a due volte MVP e uno dei 10 migliori giocatori di sempre, mentre Draymond Green è diventato uno dei difensori più unici della storia.
Al 4° posto Pat Riley (1.210-694, 63,6%; 171-111 nei playoff; cinque titoli). Riley è stato l’artefice degli “Showtime” Lakers, portandoli a quattro titoli e sette finali NBA in otto anni tra il 1982 e il 1989. Ha poi raggiunto le Finals con i Knicks nel 1994 e conquistato un quinto anello con i Miami Heat nel 2006. Ha saputo adattarsi in contesti e in roster diversissimi, per portarli tutti verso l’alto. Riley è passato dal superteam losangelino di Magic Johnson e Kareem, alla fisicità dei Knicks di Patrick Ewing, fino agli Heat di Dwyane Wade e di uno Shaquille O’Neal in fase calante, e ha saputo ricavare sempre il meglio in tutti e tre gli ambienti.
Al 3° posto Red Auerbach (938-481, 66,1%; 99-69 nei playoff; nove titoli). Sebbene si discuta spesso sul reale peso dei trionfi dei Celtics negli anni ’60 – un’epoca in cui l’NBA contava un terzo delle franchigie di oggi – vincere nove anelli rimane un’impresa inossidabile. Il ruolo di Auerbach è stato cruciale per la consacrazione di leggende come Bill Russell, Tom Heinsohn, Bob Cousy e K.C. Jones. Inoltre, le sue intuizioni hanno sdoganato il contropiede rendendolo un’arma fondamentale, mentre la sua radicata mentalità del ‘gruppo prima di tutto’ ha fatto scuola per le generazioni future in panchina.”
Al 2° posto Gregg Popovich, ritiratosi a giugno scorso, con un record di 1.390-824 (62,8%), 170-114 nei playoff (59,9%) e cinque titoli. Dalla sua prima stagione completa nel 1997-98 fino al 2018-19, San Antonio è stata prima in tutta la lega per percentuale di vittorie, con oltre 200 successi in più di qualsiasi altra franchigia. In quello stesso arco temporale, gli Spurs sono stati primi per punti concessi ogni 100 possessi, con quasi tre punti di vantaggio sulla seconda, e primi per differenziale punti medio (+6.2). Il suo approccio alla gestione del roster, alle rotazioni e al load management ha allungato le carriere di Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker. Il capolavoro tattico della squadra 2013-14, che demolì i Miami Heat in finale nonostante un’età media molto più alta, resta uno degli esempi più fulgidi del suo lavoro.
Al 1° posto Phil Jackson (1.155-485, 70,4%; 229-104 nei playoff, 68,8%; 11 titoli NBA). Jackson ha superato Popovich sia in percentuale di vittorie in regular season che nei playoff, e ha vinto più del doppio dei suoi titoli nello stesso periodo storico. Soprattutto, ha portato al vertice nuclei radicalmente diversi: i primi Bulls di Michael Jordan e Scottie Pippen, i Bulls del secondo threepeat con Dennis Rodman e Kerr, i Lakers di inizio anni 2000 con Kobe e Shaq, e quelli di fine decennio con Kobe, Pau Gasol e Lamar Odom.
Sebbene i suoi capisaldi — come l’iconico attacco a triangolo e la filosofia zen — siano rimasti invariati, Jackson ha dimostrato una straordinaria flessibilità nell’adattarli a giocatori dalle indoli più disparate. Il suo vero capolavoro, tuttavia, resta la gestione degli ego dei tanti campioni che si è ritrovato a gestire. Dopotutto, nella NBA, mantenere l’armonia nello spogliatoio ha la stessa valenza di una lavagnetta tattica.




