HomeLega BasketOlimpia MilanoBryant Dunston: "Ho ottime sensazioni sull'Olimpia, vedo fame in tutti"

Bryant Dunston: “Ho ottime sensazioni sull’Olimpia, vedo fame in tutti”

Uno degli acquisti estivi a sorpresa dell’Olimpia Milano è stato quello di Bryant Dunston. Il giocatore ex Virtus Bologna è ormai un veterano di Eurolega e, anche se il ruolo in campo è andato diminuendo nel corso degli anni, la sua importanza e la sua esperienza all’interno di uno spogliatoio può essere di un valore inestimabile. L’Olimpia lo ha intervistato, raccogliendo le parole sulla sua carriera e sulle sue prime settimane in biancorosso. Di seguito, il video dell’intervista e le sue dichiarazioni:

Il suo primo match all’università contro Hines:

“Fu una bella partita, tirata, una battaglia. Pensai che fosse bravo. Anzi, molto bravo. Non mi aspettavo tanto da lui perché non ne avevo mai sentito parlare. Quindi un po’ rimasi sorpreso. Vidi che aveva molte delle mia stesse qualità. Tanta energia. Stoppate. Difesa. E in attacco poteva fare alcune cose, anzi tante cose diverse sul campo. E si vedeva che capiva il gioco”.

Sul suo rapporto con Hines:

“Quando ero a Varese, lo guardavo in TV vincere l’EuroLeague, lo fece un paio di volte. Faceva cose fantastiche. Sono stato felice di seguire le sue orme all’Olympiacos, venendo da Varese. E allo stesso tempo, l’ho cercato per avere qualche consiglio. L’ho chiamato e gli ho chiesto: “Ehi, c’è qualcosa che puoi dirmi, sull’Olympiacos o sulla città, o qualsiasi cosa che mi possa aiutare?”. Questo è un momento di chiusura del cerchio, perché quest’anno, quando sono venuto qui, è stata di nuovo la stessa cosa. Ho pensato che persino adesso, alla fine della mia carriera, continuo a chiedergli consigli.

Kyle ha vinto non so quante EuroLeague ha vinto e ha partecipato alle Final Four quante volte? Credo ne abbia giocate una decina. È stato un grande giocatore. È una delle leggende di questa lega. E quando il numero 42 verrà ritirato, sarà grazie a lui.”

Le sue origini a New York:

“Crescere come giocatore a New York è dura. C’è molta, molta concorrenza, ovviamente. Da noi, tutti giocano a basket. Sembra che a ogni angolo di strada ci sia un parco, un campo da gioco da qualche parte, e quando vai in giro per la città, devi dimostrare il tuo valore ogni volta. E devi lavorare sulle tue qualità. Ma in realtà puoi considerarlo anche un vantaggio, perché puoi giocare contro tanti buoni giocatori quando stai crescendo e questo aiuta. Alla fine, è stato divertente”.

La sua prima esperienza all’estero in Corea:

“Le cose andavano bene in Corea, era tutto divertente. Ma cercavo qualcosa di più competitivo. Quando ho sentito parlare dell’Eurolega, ho pensato: “Ok, voglio provare ad arrivare lì”. Conquistare l’Europa era il piano. Ma le cose non iniziarono bene. “Ho avuto un paio di stagioni difficili, soprattutto quando ero all’Aris in Grecia. Stavo ancora imparando a conoscere il basket europeo e come funzionano le cose. Quando sono arrivato a Holon, in Israele, ho deciso di scommettere su me stesso. Non guadagnavo molto, ma avevo la possibilità di mostrare il mio valore. Ho giocato bene e mi ha chiamato Varese”.

La svolta a Varese:

“Per me è stato un sogno trovare un allenatore comprensivo come Vitucci. Era sempre calmo, ma allo stesso tempo se non facevamo le cose per bene, sapeva come farsi sentire. E poi, molte volte, abbiamo saputo come aggiustarci durante la partita. O l’abbiamo girata a nostro favore. Avevo anche compagni di squadra altruisti, ragazzi a cui non importava chi segnasse o riscuotesse credito. Volevano solo vincere le partite. E avevamo una grande mentalità da underdog. Abbiamo giocato contro molte squadre forti e abbiamo vinto lo stesso. Tanto”.

L’Efes della leggenda:

“Quelle dell’Efes erano squadre speciali. E tutto è successo in modo organico. Come se fosse stato naturale fin dalla prestagione. Ricordo il ​​primo anno. Era il secondo anno di Ataman, ma in realtà era arrivato solo da sei mesi. In quel momento aveva messo assieme il suo roster. Abbiamo inserito alcuni elementi, come Micic, Larkin. C’era Brock Motum. C’era Kruno Simon, poi è arrivato Tibor Pleiss. Quindi, avevamo tanti giocatori nuovi e si diceva, ok, ci vorrà tempo perché le cose funzionino. E noi ci chiedevamo: perché? Stavamo tanto tempo insieme. Ci fermavamo a parlare di basket fuori dal campo, dopo le partite o gli allenamenti. Non volevamo lasciare lo spogliatoio. Rimanevamo lì, a parlare, scherzare, stare. E questo si è tradotto in campo. Abbiamo avuto una stagione fantastica. Nessuno si aspettava che potessimo arrivare fino lì”.

Il segreto della vittoria:

 “Vincere a questi livelli è una combinazione chimica. Bisogna avere un po’ di fortuna, credo, e bisogna essere in salute. Tutti devono impegnarsi a lavorare ogni giorno, non solo il giorno della partita. Deve essere così in ogni allenamento. Bisogna entrare in campo e cercare di migliorare. A volte non ci si può soffermare sui risultati. Quindi, se perdi una partita pesantemente devi semplicemente dimenticartene perché ce n’è un’altra tra due giorni. Bisogna voltare pagina rapidamente. E penso che il legame tra i giocatori sia importante. E poi anche la comunicazione con l’allenatore.”

I premi di difensore dell’anno:

 ”Difendere non è facile. Richiede sacrificio, istinto, desiderio, voglia. E devi avere in squadra giocatori che siano disposti ad aiutarti. Non puoi dare il 100% in difesa se non sai che i compagni ti proteggeranno. Nelle squadre in cui ho vinto il premio di miglior difensore dell’anno o in cui sono stato un buon difensore ho sempre avuto grande fiducia nei miei compagni. Credo che questo sia l’aspetto fondamentale”.

I tanti anni di esperienza:

“Sto entrando nella mia diciottesima stagione ma mi sento ancora benissimo. Sono grato a Dio perché sono ancora in salute. Sono ancora in grado di giocare. E, per quanto ne so, è stato l’amore per il basket a portarmi fino qui. Non mi pesa quando devo andare ad allenarmi. Sono entusiasta di farlo. Quando vado negli spogliatoi e vedo i ragazzi, o se facciamo una sessione video, sono emozionato nel vedere quale errore ho commesso o cosa posso fare per aiutare la squadra a migliorare. E anche quando non gioco, posso sempre trasmettere energia ai ragazzi. Mi sento parte della squadra. Questo è importante per me.”

La mancata esperienza NBA:

“All’inizio, quando sei giovane, vorresti solo andare in NBA. Pensi che sia così che vanno le cose: devi giocare in NBA. Ma anche se ci ho provato per qualche anno, a un certo punto mi sono detto, ok, sono qui, sono in Europa. Perché non provo a fare del mio meglio in Europa? E se capita di non andare nella NBA, ok, pazienza. Ma ho sempre pensato, ok, potrei non arrivare in NBA come giocatore, ma forse in un altro ruolo sì. Quindi, non è ancora finita. Vedremo. Ma non rimpiango nulla di quello che è successo”.

Sensazioni su Milano:

“Sono ottimista quest’anno. Vedo un grande potenziale, molte opportunità. C’è molto talento in questa squadra. Ho visto molte squadre avere talento ma non avere successo. Penso però che la nostra chimica in questo momento sia molto buona. Abbiamo tante armi e stiamo per accogliere altri giocatori dalle nazionali. Quindi sarà molto importante come ci amalgameremo. E ogni giorno dobbiamo impegnarci a lavorare sodo. Vedo fame in tutti i ragazzi: questo è davvero importante. E non solo nei giocatori, la vedo anche negli allenatori. Il nostro livello di comunicazione è buono e stiamo migliorando ogni giorno”.

Marco Marini
Marco Marini
Marchigiano fuori sede, studio Relazioni Internazionali e nel frattempo mi diletto a scrivere della mia più grande passione: il basket.

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