Quello che sa fare bene
La prima cosa che salta all’occhio è la gestione dei possessi disegnati sulla lavagnetta dall’allenatore e il suo staff. Dopo un timeout Stewart è quasi sempre stato la prima scelta della lavagna, e il volume lo dimostra: 80 possessi in quel frangente nella stagione 2021-22 a Sioux Falls, 122 l’anno successivo, e addirittura 39 in sole 15 partite ad Austin, quasi un quinto di tutto il suo attacco.
Non sono situazioni casuali, sono scelte ripetute di allenatori diversi. E i risultati reggono, con 87 punti prodotti sui primi 80 possessi (rateo di livello assoluto), 112 sui 122 del secondo anno, e percentuali dal campo stabilmente sopra il 50% in quelle situazioni. Un giocatore a cui affidi gli schemi con questa insistenza è uno di cui ti fidi nella lettura, non soltanto nell’esecuzione.
La seconda voce da segnalare è la sua pericolosità da rimessa laterale, che nell’annata 2021-22 è stata una vera arma in più. 72 possessi, 74 punti, quasi il 60% dal campo e appena una palla persa ogni quindici situazioni. È un dato che vale la pena tenere in mente perché sono esattamente i possessi che decidono i finali punto a punto, e perché a Vitoria, in un campionato dove il gioco da fermo pesa molto più che in G League, quella competenza può essere monetizzata subito.
Terzo elemento, meno appariscente ma ugualmente sostanziale, ovvero la sua abilità nel gestire e mantenere il possesso del pallone in molte situazioni. Con 21 possessi conclusi a partita nel 2022-23, la sua percentuale di palle perse è rimasta attorno al 13% e l’anno prima era addirittura più bassa. Per un esterno che tiene la palla così tanto è un numero solido, e racconta un giocatore che non regala nulla per superficialità.
Il buco, ed è profondo
C’è però una situazione in cui Stewart, nella sua esperienza americana, è stato semplicemente pessimo, e va detto senza girarci attorno. Quando l’azione arriva agli ultimi quattro secondi del cronometro dei ventiquattro, i suoi numeri crollano in verticale. E non è ciò che ti aspetteresti da un giocatore così importante con la palla nelle mani.
Nella stagione 2022-23 ha giocato 48 possessi in quella condizione producendo appena 17 punti, con circa il 15% dal campo, 5 canestri su 26 tentativi da due e 2 su 19 da tre. L’anno prima a Sioux Falls, 49 possessi per 34 punti, decisamente meglio rispetto al 22-23 ma comunque un crollo nelle percentuali difficile da trascurare. Ad Austin, 12 possessi e 3 punti, con un solo canestro su dieci tiri, quindi dunque anche un evidente calo di affidabilità da parte del mister rispetto al passato.
Messi insieme, sono più di 100 possessi in fine azione che hanno prodotto poco più di 50 punti. E il dato che rende la faccenda ancora più chiara è che in quelle situazioni non perdeva quasi mai il pallone: non era un problema di fretta o di scelte affrettate nel palleggio, prendeva un tiro difficile e lo sbagliava. Anche la qualità media delle conclusioni era bassa, ma lui rendeva comunque meno di quanto quel tipo di tiro avrebbe dovuto rendere.
Un secondo appunto riguarda la transizione, e qui il numero è contro intuitivo. Steward corre parecchio, con 109 possessi in campo aperto nel 2021-22 e 130 l’anno seguente, ma converte meno di quanto effettivamente valgano i tiri che si ritrova. Nel primo anno, con appena il 54% dall’interno dell’arco in contropiede, ha chiuso quei possessi sotto i nove decimi di punto ciascuno, cioè peggio della sua media complessiva. Per un’ala di quasi due metri che attacca il ferro dopo un recupero, sarebbe lecito aspettarsi di meglio.
Terzo, le rimesse dal fondo. Qui il quadro è negativo in tutti e tre i campioni americani: 22 possessi per 19 punti a Sioux Falls nel 2021-22, 12 per 4 punti ad Austin, 23 per 14 punti l’anno dopo.
Sono pur sempre situazioni a basso volume, ma un giocatore che nelle laterali funziona benissimo e nelle rimesse dal fondo non produce quasi nulla dice qualcosa di preciso su come si muove senza palla in spazi stretti.
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