Vincere un titolo NBA è il culmine di ogni carriera, ma i momenti che restano impressi non sono sempre i canestri decisivi o le parate trionfali. Elijah Bryant, parlando a BasketNews, ha riportato alla luce i ricordi della notte in cui i suoi Milwaukee Bucks si sono laureati campioni, svelando un aneddoto surreale e mai raccontato che ha trasformato lo spogliatoio più blindato del mondo in una sorta di riunione di famiglia improvvisata e decisamente inspiegabile.
Il suocero a festeggiare l’anello
Il racconto di Bryant parte dall’emozione di vedere i sacrifici della madre ricompensati da quell’anello, per poi deviare bruscamente verso una situazione comica avvenuta nel bel mezzo dei festeggiamenti a base di champagne:
“Ho una storia pazzesca sulla celebrazione a Milwaukee. Vinciamo, facciamo tutta la roba in campo e poi andiamo nello spogliatoio. Io non bevo, e c’erano altri quattro membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni in squadra, quindi avevano preparato del sidro di mele analcolico per noi. Siamo lì, tutti pronti a spruzzare champagne, io mi guardo intorno e dico: ‘Okay, giocatori, giocatori…’. Poi all’improvviso vedo mio suocero lì dentro. Ma non c’era nessun altro familiare, nessun altro era ammesso. Gli ho chiesto: ‘Ma tu come diavolo hai fatto a entrare qui?’. E lui, con la massima naturalezza: ‘Io faccio parte della squadra!’. È incredibile, se guardate i video della festa potete vedere mio suocero lì in mezzo a noi. È una storia che mi fa ancora ridere: eravamo nel momento più alto della nostra vita professionale e lui era riuscito a superare ogni blocco della sicurezza”.
Devi essere una star nel tuo ruolo
Oltre all’ironia dell’imbucato speciale, Bryant ha riflettuto profondamente sul valore di quel titolo, spesso sminuito da chi guarda solo i minuti giocati, sottolineando l’importanza del lavoro “invisibile” che porta una squadra alla vittoria:
“Vincere con i Bucks è stato un traguardo di vita. Ero una recluta a tre stelle, nessuno pensava che sarei arrivato lì. Molti dicono: ‘Eh, ma non hai giocato, non hai fatto questo’. Ma non vedono tutti i sacrifici che mi hanno permesso di essere lì ad accettare l’anello. Penso ai giocatori che non sono in campo ma che sono fondamentali in allenamento: a Milwaukee giocavamo tre-contro-tre durissimi prima delle partite, così duri che il giorno della parata mi sono presentato con un gesso alla mano perché ci eravamo spaccati di colpi il giorno prima della finale. Il ruolo di chi sta in panchina è sottovalutato: se hai una panchina tossica, non vinci. Devi essere una ‘star nel tuo ruolo’, che sia segnare 30 punti o essere il fratello di Giannis che salta e urla per tenere alta l’energia. Tutto si accumula verso il titolo”.
L’aneddoto di Bryant ci restituisce una dimensione umana della NBA che spesso sfugge tra statistiche e contratti milionari. La presenza “illegale” di un suocero tra i fumi dello champagne e le ferite riportate in allenamenti tre-contro-tre mai visti dal pubblico ricordano che un titolo non si vince solo nelle dirette mondiali, ma in una bolla di follia, sudore e legami familiari che violano persino i protocolli di sicurezza più rigidi della lega. La gloria è collettiva, ma la festa, a quanto pare, è di chi riesce a intrufolarsi.