In tre delle ultime quattro stagioni l’ultimo frame della stagione di Euroleague ha visto Ergin Ataman con i pugni alzati a festeggiare il titolo. Prima nel back to back dell’Efes e poi quest’anno con il nuovo corso del Panathinaikos. Ormai è un leit motiv che certifica la grandezza di Ataman, ma anche di Sloukas e la consacrazione di alcuni giocatori tra cui Mathias Lessort che si è tolto qualche sassolino dalla scarpa dopo il titolo, rinfacciando tutto a chi non credeva in lui. Chi ha detto che non ce l’avrebbe fatta al livello superiore gli ha dato benzina per migliorare e diventare il giocatore che, da solo, ha messo in difficoltà la coppia Tavares-Poirier, quindi due dei migliori nel ruolo. Poi però quando si ferma tutto, l’adrenalina della competizione scende, cala il sipario e si comincia a ragionare a mente fredda, due cose saltano all’occhio in modo palese.
Sostenibilità
Ormai il modello di business di Euroleague è chiaro e pensare che sia una lega ancora legata ai meriti sportivi, significa credere alle favole. È una lega privata, che ha le sue regole e ha, idealmente, come concetto primario il business, quindi è probabile che anche in futuro si chiuderà sempre di più, lasciando possibilità di ricambio solamente a proprio insindacabile giudizio, secondo metriche economiche e demografiche. Se una Tortona o una Brescia un giorno vinceranno l’Eurocup, non è detto che saranno poi ammesse all’Euroleague successiva. Questo può essere qualcosa di sensato e che traccia una linea, ma allora se la logica è il business, il guadagno e la qualità di #EveryGameMatters, è mai possibile accettare come premio per la competizione che la squadra vincitrice guadagni 1.75 milioni di euro? Questa cifra, per il Panathinaikos, significa nemmeno l’ingaggio di Kostas Sloukas, ma possiamo applicarlo una non così piccola quantità giocatori della competizione. È sostenibile una situazione del genere?
Se poi è vero, come ci aveva detto Maurizio Gherardini in un’intervista l’anno scorso, che se ci sono imprenditori che vogliono spendere è giusto dargliene la possibilità, siamo tutti d’accordo, ma se poi questi investitori un giorno dovessero decidere di non spendere più? EuroLeague diventerebbe una competizione insostenibile. Ricordate il caso di Gran Canaria che avevamo ampiamente approfondito?
Motiejunas, nella conferenza stampa prima della finale, ha detto di voler giocare più partite. Comprensibile, ma EuroLeague che cosa mette a disposizione per poter giocare più partite? Infrastrutture che permettano ai giocatori di viaggiare nel modo migliore possibile e con meno attese? Un calendario che si incastri con tutti gli impegni che le singole squadre hanno nei campionati nazionali? La possibilità di guadagnare tanti soldi da poter investire non solo nella creazione delle squadre, ma anche nelle strutture che servono per sostenere una stagione da 80-90 partite? Tutto questo non succede e, vista la precaria situazione politica generale, già oggi il Maccabi rischia di dover smantellare la squadra che è andata a un passo dalle Final Four per motivi economici. E se qualche contingenza portasse Barcellona, Real e Panathinaikos a fare lo stesso nel giro di pochi anni? Non ce lo auguriamo, ma se dovesse succedere?
L’NBA non elargisce 40 milioni di dollari a stagione ai suoi top player solo perché gli investitori vogliono spendere. Sebbene qualche problema ci sia anche al di là dell’oceano, il modello di business è diverso e deve essere sostenibile…azzarderei profittevole. L’inizio del progetto con IMG doveva tendere a quello, la storia ci ha detto altro.





