ORGOGLIO E PREGIUDIZIO
Troppo piccolo. Non atletico. Tiro poco affidabile. Carattere purosangue, ai limiti dell’indomabile. Le critiche piovute attorno alla figura di Hackett lo perseguitano sin dalle giovanili, e probabilmente non lo abbandoneranno mai. Non si può dire che Daniel, soprattutto nei primi anni di professionismo in Italia, abbia insistito particolarmente per gettare acqua sul fuoco. Anzi. La tanica di benzina è costantemente a portata di mano. Fiumi di parole sono stati sprecati riguardo le sue vicende extra campo. Non sentiamo il bisogno di ritornare ai dettagli della chiacchieratissima fuga dal ritiro della Nazionale in vista degli Europei 2014. Si è detto tutto e il contrario di tutto. La reazione della Federazione alle scelte di Daniel, giustificate tramite tempistiche e modi tra i meno consigliati, hanno contornato la vicenda di un’amarezza che non ha giovato alla credibilità né dell’una né dell’altra parte. Gli appassionati si sentono traditi da uno dei beniamini, accusato di scarso attaccamento alla maglia della Nazionale. No, non è così facile.
Neanche il ritiro “anticipato” dalle competizioni in maglia azzurra, sino ad oggi insindacabilmente confermato, è in grado di spiegare tutto. Hackett vuole lasciare spazio ai giovani, liberando lo spogliatoio di una guida sicuramente carismatica ma forse troppo ingombrante per un gruppo con fondamenta diverse da quelli vissuti fino ad adesso. Concedere anche alla nuova ondata di sperimentare, sbagliare, come ha fatto lui in passato. Ma affidando la possibilità di ritornare sui propri passi, rimediare ai propri errori senza il giudizio opprimente di austeri senatori. Ciò che a Daniel non è mai stato offerto.
Se doveste chiedere a Luca Banchi di indicare un modello esemplare a cui un giovane professionista debba trarre ispirazione, non esiterebbe un istante a fare nomi e cognomi. Le esperienze comuni certo non mancano. Siena, Milano, Bamberg, Nazionale. Daniel Lorenzo Hackett. Costanza e dedizione al lavoro. Tanto dal lato tecnico che dal lato fisico. Una cura maniacale del minimo dettaglio che ha reso Daniel un giocatore non più battezzabile dall’arco. Rimpianti? Forse non aver sfruttato a dovere il jumper dalla media, marchio di fabbrica sin dai tempi della Scavolini, non tanto per mancanza di fiducia ma eccesso di altruismo. Nelle migliori edizioni di Hackett, Daniel non è mai stato il faro offensivo della squadra. Lo spirito di abnegazione gli ha sempre consigliato di delegare le maggiori responsabilità nei polpastrelli di altri fuoriclasse. Quello che paradossalmente è sempre mancato con l’Italia: la profondità e la ricchezza di talento degli esterni compensava un reparto di guardie e playmaking spesso ridosso all’osso, nel quale Daniel era chiamato a compiti offensivi troppo gravosi. Non che non fosse all’altezza. Ma se è Hackett a dover portare palla in mano per 40 minuti, il problema è da ricercare in altri protagonisti, in campo o in panchina.

Dovremmo chiederglielo, se ha scoperto l’elisir di lunga vita. Probabilmente risponderebbe col nome dei due pargoli. Victoria e Liam. Giunti entrambi in momenti particolari della vita di Daniel. La primogenita nell’autunno 2016, in concomitanza coi problemi fisici in Grecia. Il secondo nel giugno dello scorso anno, nel momento in cui la Russia applicava le massime restrizioni causa SARS-CoV-2. Mesi complicati, in cui le crepe di un animo costantemente in subbuglio si mostrano ancora più esposte alle intemperie e alle infiltrazioni. Potrebbe risponderci nominando Franco del Moro o altri nomi dell’emisfero pesarese. Coloro che hanno sempre saputo sostenerlo nonostante le biforcute malelingue. Gli amici di sempre, coi quali organizza ogni estate tornei ed eventi in tutta Italia. Si azzarderebbe a nominare il nome scientifico latino di qualche creatura d’acqua dolce, frutto della passione trasmessa da Manu, vicino di casa a Pesaro. O qualche piatto della tradizione italiana gustato da La Scarpetta, gestito in pieno centro moscovita da Marco Iachetta (simpatizzante del Khimki: le vie del Signore sono davvero infinite…).
KEEP, PUSHING Altro tatuaggio, altro mantra. L’evoluzione continua. L’annata del CSKA ha regalato una serie inaspettata di colpi di scena. L’infortunio alla spalla di Milutinov, che non ha ancora totalmente precluso il viaggio di fine maggio a Colonia ma che condizionerebbe inevitabilmente le sue prestazioni. Gli acciacchi di Will Clyburn, in grado di far pesare sul piatto della bilancia tanto la sua assenza quanto la sua presenza. Ciliegina sulla torta, la diatriba Itoudis-James. Nel momento di massimo sbandamento, il volante è stato chiaramente e oggettivamente afferrato dalle mani dello #0 dall’accento marchigiano: in attesa della liberazione definitiva del talento di Iffe Lundberg, la qualificazione del CSKA alle Final 4 è stata forgiata a immagine e somiglianza del figlio di Rudy. Ulteriore elevazione e maturazione tecnica di un talento reietto, troppo spesso pregiudizialmente rinnegato. Tela espressionista, con venature astratte che non soddisfano i gusti dei critici più tradizionali ma che affascinano lo sguardo più passionale. L’addestramento del guerriero lo rende in grado di affrontare le sfide del cammino che egli stesso sceglierà.
