Walter Fuochi, giornalista di Repubblica Bologna, è intervenuto su BasketMagazine per commentare due delle vicende più discusse del basket italiano: l’addio di Messina all’Olimpia Milano e lo stato di salute complessivo del movimento cestistico nazionale.
La fine di un’epoca a Milano
Sul cambio in panchina all’Olimpia, Fuochi non parla di rottura improvvisa, ma di un percorso già tracciato. Secondo il giornalista, la società aveva già individuato in Poeta il futuro allenatore, con l’idea di farlo maturare ancora sotto la guida di Messina prima di affidargli le redini della squadra. Le dimissioni del tecnico hanno semplicemente anticipato una transizione che, in un modo o nell’altro, sarebbe arrivata.
«Quello che è successo a Milano è un po’ meno traumatico di quello che è accaduto alla Virtus, però anche il cambio di Milano è indicativo di un disagio, di qualcosa che non funzionava più e la fine di un’epoca, perché Messina è un allenatore che segna un’epoca».
Un giudizio che non minimizza quanto accaduto: al di là delle modalità, la separazione tra Messina e Milano chiude un ciclo importante, quello di un allenatore che ha lasciato un’impronta profonda sulla storia del club e del basket europeo.
Il movimento italiano: quattro anni nelle retrovie
Ancora più duro il giudizio di Fuochi sulla situazione generale della pallacanestro italiana in Eurolega. I numeri, secondo il giornalista, parlano chiaro: da quattro anni le squadre italiane figurano stabilmente nella seconda metà della classifica, con una sola apparizione della Virtus ai play-in come unica eccezione degna di nota.
«Peggio di così non si può fare. Ci sono venti squadre, dieci vanno avanti, dieci stanno indietro. Noi siamo da quattro anni nelle dieci che stanno indietro con una sola partecipazione della Virtus ai play-in».
Il confronto con gli altri paesi europei è impietoso: quasi tutte le nazioni rappresentate in Eurolega riescono, a rotazione, a portare almeno una propria squadra ai playoff. L’Italia, al momento, non ci riesce. E per Fuochi il problema non è isolato: se i club faticano, anche la nazionale riflette le stesse difficoltà, in un sistema che nel suo complesso appare inferiore rispetto agli altri principali movimenti continentali.
