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Home Interviste

Gianmaria Vacirca: Buffa potrebbe fare NBA ancora oggi, Mathiang nel cuore

Massimiliano Bogni by Massimiliano Bogni
30 Mag 2023
in Interviste
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Gianmaria Vacirca
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Capitolo Castelletto Ticino: esperienza formativa? Arrivando dopo AND1, è corretto dire che sia arrivata “casualmente”? Un ricordo piacevolissimo è l’arrivo di Drake Diener in Italia con coach Sacchetti: come eravate arrivati a Drake, giocatore che si è rivelato un campione dentro e fuori dal campo? Ci racconteresti il vostro ultimo incontro prima che ripartisse per gli USA?

Drake Diener era un’idea nata un anno prima insieme a Tarcisio Vaghi. Una cosa che tanti non si portano sempre dietro è che tante persone di quel periodo non ci sono più, troppe. Una cosa che ci porta sempre a pensare a quel periodo con ancor più empatia ed emozione. L’estate che lo cercammo lui stette male, il suo rappresentante per l’Italia (Mario Scotti) disse che non avrebbe giocato. L’anno dopo ci riprovai, richiesi a Mario se Drake avrebbe ripreso e non avendo grandi disponibilità economiche andammo a giocarci questa scommessa. Lo facemmo arrivare a Varese con largo anticipo per sostenere le visite del caso, trovammo personale medico straordinario e disponibile: questa cosa ha segnato i nostri rapporti, che ancora oggi continuano. Ci sentiamo ancora quasi ogni settimana. Ci siamo incontrati a Milano e mi ha regalato un paio di scarpe: erano AND1! Pensavo si fosse chiuso il cerchio, ma poi arrivò la chiamata di Cremona, sua ultima squadra. Ho trovato poi, come fosse una staffetta, suo cugino Travis, col quale ha fatto quai due campionati. Che ricordi…

Tante realtà nella tua carriera che, per merito tuo e di tutte le persone che hanno lavorato insieme a te, hanno fatto un salto in avanti. Potremmo citare partite e talenti passati da Capo d’Orlando: quali sono ricordi e leitmotiv dei vari ambienti (Castelletto, Cremona, Capo) di realtà piccole che hanno fatto sgambetti a realtà più blasonate?

Sono realtà di dimensione limitata, piccoli centri che danno grandissima accoglienza, sentimenti, ti danno quel qualcosa in più a livello intimo ed emozionale, lo percepisci e lo gusti, ne senti il sapore. Trasformandosi e cambiando, sono passate tante persone ma alla fine quello che era l’humus ha fatto germogliare qualcosa di vivo. Capo d’Orlando è riuscita a tornare in Serie A dopo la sparizione: nessuno avrebbe scommesso che avrebbe vinto tutti i campionati. Ha lanciato tantissimi giocatori, sia con me che dopo. È stata la prima esperienza in A: l’ho vissuto sognando, ho visto presentare Pozzecco su una spiaggia con tantissime persone, sembrava di essere ai Caraibi. Presentavi un giocatore che tutti ritenevamo inimmaginabile per l’Orlandina: già da lì capimmo la magia unica di quel campionato. Cambiammo due giocatori (Diener e Slay) con Mejia e Romel Back da Varese: da noi sembrava Caniggia, Pozzecco gli lanciava la palla e questo andava a segnare. Fu qualcosa di veramente incredibile che, come in altri casi, si porta dietro un ricordo malinconico dei due centri, Rolando Howell e Adam Wojcik, morti giovani, persone delle quali ho ricordi veramente profondi e bizzarri. Rolando era un ragazzo esuberante, mentre Adam era molto sensibile; Rolando veniva perdonato, mentre il “professore” Adam faceva fatica in una squadra che andava a mille all’ora. Mi ricordo di serate a parlare di come doveva adattarsi a uno stile di gioco differente. Anche per motivi non solo legati alla gioia ma all’essere transitori, sono ricordi magnifici.

Passando a Cremona, ci racconteresti l’arrivo di Mathiang e la vittoria in Coppa Italia?

La trattativa di Mathiang è, scusate il francesismo, un colpo di c*lo. Sacchetti aveva bocciato un numero sostanzioso di centri, me li aveva cassati tutti. Eravamo un club che non aveva le coppe, dovevamo cercare una tipologia di giocatore verticale, un rollante e rim protector, che in Europa per i club medi è merce sempre più rara. Eravamo vicini al raduno senza pivot: ero in casa a scartabellare, mi è arrivata la notifica del taglio di Mathiang e ho subito preparato il necessario per farlo vedere a Meo. Me lo ricordavo dai tempi del college: Meo avrà visto 5 minuti, forse, e gli sono bastati. L’agente si convinse della nostra proposta: arrivò questo ragazzo con le gambe sottilissime, che gli hanno dato un sacco di problemi. Ci abbiamo messo un po’ a dargli le basi per inserirsi nel sistema di Meo, ma quell’anno è stato lui il segreto e l’anima della squadra. Tante volte mi chiedono il giocatore al quale mi sento più legato: non potendo dare i soliti noti o quelli per cui c’è uno storytelling più continuo, devo dire che Mathiang mi ha rubato l’anima, mi ha preso dentro per la sua storia. Dal Sud Sudan all’Australia, una vicenda personale e familiare particolare: il fratello chiamò Meo per convincere di accettare di far arrivare Mango. È un giocatore che ha dato questa profonda spiritualità a tutta la squadra, fino ad arrivare a un tiro dalla finale scudetto. Se Crawford a 18” dalla fine di gara 4 segna, finisce 3-1 e giochiamo la finale. La Coppa Italia è stata un’avventura bellissima: ero abbastanza fiducioso guardando i ragazzi in albergo, erano giorni di magia che contagiavano tutto il gruppo. La moglie di Sacchetti, Olimpia, si è accorta della mia presenza alle sue spalle in tribuna a 2’ dalla fine: l’emozione mi aveva lasciato senza parole! Non stavo al fianco della squadra, avevo preso un seggiolino in tribuna la prima partita e ho tenuto quello per tutto il torneo.

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Tags: Gianmaria Vacirca

Massimiliano Bogni

Massimiliano Bogni

Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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