Mettendo da parte il discorso Gran Canaria, la questione veramente grave è quella che fa uscire malissimo l’Eurolega da questa situazione, confermando che non è sostenibile economicamente. Si parla di every game matters, di modello NBA e di grandi investimenti, ma alla fine sono gli investimenti di chi li può mettere a fondo perso. È francamente inaccettabile che a questo punto del progetto, l’ampliamento del numero di squadre e un percorso fatto, non ci sia ancora una sostenibilità economica che non solo mantenga più o meno in pari i conti, ma che possa far guadagnare le squadre. Lo sport a questo livello è business e pensare che le partecipanti, non solo non facciano utili ma vadano in perdita è di estrema gravità.
Ci sono 34 partite, doppi turni, quattro partite in otto giorni coi campionati, spostamenti, roster ecc. e siamo ancora a fare le guerre di quartiere per un CEO che non va bene e un prodotto che non è profittevole? Eurolega si è generata con questo format per essere l’NBA d’Europa e per ora l’unica cosa che ha emulato è chiudere sempre di più la lega stessa. Il che non è di per sé un problema o un male, però allora creiamo la lega chiusa, a invito insindacabile del board che può decidere di portarsi dentro i mercati floridi e non necessariamente le squadre più forti. Ma se parliamo di board, sarebbe arrivato il momento di dire che l’Eurolega È il board, l’Eurolega sono le squadre che ne fanno parte.
Finchè Eurolega sarà un buco nero sostenibile solo dai magnati che investono “a fondo perso” non ci sarà mai l’evoluzione verso l’NBA. E se l’Eurolega rimarrà in vita (per forza di cose succederà) grazie ai team con budget illimitati, dietro non ci sarà nulla e già oggi la Basketball Champions League è in corsia di sorpasso sull’Eurocup, destinata a perire per motivi non così tanto dissimili dai problemi della sorella maggiore.
Possiamo pensare che l’Eurolega sia l’NBA europea, ma non lo è e il forfait di Gran Canaria non deve essere una festa per il board che può invitare Virtus o Valencia del caso, ma una cocente sconfitta su un prodotto che non è sostenibile e non è gestibile per tante, troppe realtà. Anche chi se la guadagna sul campo.





