Amedeo Della Valle ha giocato una stagione da MVP: in estate è successa una cosa che molti hanno faticato a capire. L’uscita del contratto per motivi oscuri, una marcia indietro, il ripresentarsi a Brescia come un ripiego: com’è andata la vicenda? Quanto ha influito sulle vostre scelte di mercato prima del suo ritorno? Avevate messo in conto di potervi riassettare?
Innanzitutto ADV ha l’ambizione verso sé stesso e il Gioco sfrenata, nel senso buono: è sempre stata la sua forza e il suo limite. Lo conosco sin da quando era ragazzino, quando io ero a Casale: la sua voglia di affrontare la sfida successiva l’ha portato a afre esperienze out of the box. Un college non proprio qualsiasi, la voglia di cimentarsi a Milano dopo Reggio Emilia, il passaggio non scontato in Montenegro: Amedeo sentiva la necessità di riprovare a testarsi a livello di mercato Eurolega. Non si è concretizzato quello che si era immaginato, quindi è tornato indietro: la nostra struttura, quando abbiamo avuto la certezza che Amedeo sarebbe tornato, è per forza di cose cambiata. Abbiamo dovuto e voluto rimettere Amedeo dentro il sistema in modo che potesse essere il più funzionale possibile: non è un tiratore, è uno che tira e crea. La palla deve passare attraverso di lui per farlo funzionare: bisogna costruirgli intorno un sistema per cui un certo numero di tocchi e palleggi gli vada consentito. Ci vuole consapevolezza da parte sua di non essere più quello che era l’anno scorso: essendo reinserito per ultimo in ordine temporale, lui aveva la spinta e l’obbligo nei primi mesi di mettersi al servizio della squadra. Attraverso il suo gioco, che in realtà è lo stesso, se si guarda la partita a Trieste lo ha visto essere in doppia doppia con gli assist: cercare attraverso sé stesso, senza snaturarsi, di mettere in moto il sistema attorno a lui è un qualcosa che ci portiamo dietro, che fa parte del nostro modo di essere di quest’anno, cercando di raggiungere i migliori risultati possibili.
Cosa pensi della dicotomia e del rapporto tra una società di pallacanestro di alto livello e la stampa? Facendo diverse domande a persone nel tuo ruolo, c’è chi valorizza molto l’opinione della stampa locale, concedendole magari delle esclusive. Alcune parti della stampa sono però tendenziose, seminano zizzania, spingendo l’acceleratore oltre il consentito solo per ottenere click. Tu come ti pone nei confronti di chi scrivi di basket, di Brescia o in generale?
“Ciurlare nel manico” fa parte di un gioco che posso anche comprendere, ma mi pongo come uno che non vedrebbe l’ora di parlare di più di pallacanestro con i media, soprattutto quelli che seguono quotidianamente la nostra squadra. Per via di logiche un po’ distorte che spingono il mercato editoriale, che costringono a volte le testate a superarsi e fare un giochino un po’ ridotto in quanto a visione di chi sa prima il dettaglio o lo scoop, è sempre anticipare un qualcosa perdendo di vista la sostanza. Siccome la sostanza e chi parla del Gioco dovrebbe essere chi lo ama di più, in quanto gioco della pallacanestro sarebbe bello parlare di più di pallacanestro. Devo aspettare interventi, esperienze come Backdoor per poter parlare in modo piacevole di basket: troppe volte si fa invece attenzione al giocatore infortunato, ai precisi tempi di recupero che nasconderebbe una sostituzione con un altro giocatore… Si perde di vista la parte più interessante: si sottovaluta quanto interesserebbe al tifoso. Il nostro è un prodotto figo da trattare!
È nato prima l’uovo o la gallina? La stampa si orienta sullo scoop, sulla notizia rapida da dare prima degli altri perché il pubblico chiede questo o perché il pubblico è educato in questo modo? Purtroppo, dal nostro punto di vista, il nostro non è un lavoro al 100%. Non siamo schiavi dai numeri. Chi lo è, invece, lo fa perché è più comodo? Sappiamo che la soglia dell’attenzione sta esponenzialmente diminuendo…
Anni fa si aveva un’informazione molto più di qualità: mi ricordo ancora, agli inizi degli anni Duemila, quando ero un semplice appassionato avevo l’impressione che la qualità fosse di livello superiore. L’abbassamento perenne delle qualità ha fatto sì che ci sia un appiattimento talmente diffuso che, alla fine, sta iniziando negli ultimissimi tempi a catturare l’interesse del lettore verso il diverso. Il diverso, al momento, è rappresentato dalla qualità. In mezzo alle mille informazioni spicciole, davanti a tifosi che non guardando nemmeno le partite intere (le partite NBA, ad esempio, vengono viste tramite highlights, quarti, ultimi minuti di partita): il prodotto integrale interessa meno alle nuove generazioni. Dentro quel prodotto ridotto secondo me si arriva al punto in cui l’appiattimento non avrà più spazio: la qualità è rappresentata da stimoli, idee. Si può parlare di pallacanestro senza parlare obbligatoriamente di Spain pick ‘n’ roll o ribaltamenti: al posto di dire “come mai quel giocatore ha giocato 5 minuti in meno? o “perché quel giocatore arriverà tra 2 mesi?” si può spiegare, ad esempio, i motivi per cui quel giocatore ha fatto un determinato movimento nella specifica azione.





