DIFESA
Se in fase offensiva, nonostante i limiti, Ryan sa come rendersi utile alla causa, nella propria metà campo il suo apporto è decisamente inferiore.
L’americano soffre tremendamente negli scivolamenti laterali e il contenimento del primo passo. Quando marca pari ruolo rapidi o cambia sugli esterni, finisce spesso per essere battuto. Inoltre, paga la mancanza di verticalità e tonnellaggio quando deve contenere avversari più fisici spalle a canestro.
Il risultato? Nel gioco dei blocchi e dei successivi cambi difensivi, gli attacchi avversari tendono a puntarlo sistematicamente come uno degli anelli deboli della catena, trasformandolo in un bersaglio fisso.
Proprio i limiti strutturali nella propria metà campo sono stati spesso tra i principali motivi del minutaggio ridotto avuto fin qui in carriera dall’ala statunitense. Una lacuna diventata ancora più evidente una volta arrivato in Europa.
Anche in questo caso, numericamente la sua prima stagione europea non ci fornisce un campione sufficiente per un’analisi davvero approfondita. Se però prendiamo come riferimento la sua miglior stagione NBA, quella con i Pelicans, emerge come Ryan abbia concesso 0,94 punti per possesso nelle situazioni in cui l’uomo da lui marcato concludeva l’azione. Gli avversari hanno inoltre tirato contro di lui con il 40,8% da tre e il 46,8% dal campo.
A questo si aggiunge una pericolosa mancanza di versatilità tattica, che finisce per condizionarne la permanenza sul parquet.
Nel momento in cui le polveri si bagnano e il tiro da tre punti non entra, l’ex NBA rischia infatti di trasformarsi in un giocatore difficile da mantenere in campo. Non avendo nel proprio arsenale particolari doti da regista per innescare i compagni, né una versatilità difensiva tale da compensare nelle altre fasi, Ryan si trova spesso senza un vero piano B a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà.





