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Home NBA

NBA, MVP Race: manifesta superiorità

Massimiliano Bogni by Massimiliano Bogni
9 Mar 2021
in NBA
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MVP
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IL RISVEGLIO DELLA FORZA

La stranissima e irripetibile annata 2021 ci sta regalando finora prestazioni da record, inanellate dalle star notte dopo notte. Moltissimi sono nomi e cognomi che, con l’aumentare delle partite e del livello agonistico espresso in campo, vengono inseriti nelle conversazioni degli addetti ai lavori e degli appassionati riguardanti i premi individuali da assegnare a fine stagione. Non ce ne vogliano ROY, DPOY, COY, ROY, MIP e Sixth Man Award. L’interesse di tutti è per il vitello grasso: Most Valuable Player. Il calderone è pieno zeppo di ingredienti, ognuno con un retrogusto e consistenza diversa. Ma uno di questi, a meno di rovinarlo con una cottura sbagliata, è il principale indiziato ad essere la portata principale. La carta d’identità segna Joel Hans Embiid, il parquet lo riconosce come “The Process”. Il centro camerunense dei Philadelphia 76ers sta confermando a suon di prestazioni monstre l’incredibile talento fisico e tecnico donatogli da Madre Natura. Ma perché, al quarto anno di militanza nella Lega, il 2021 sembra finalmente l’anno della consacrazione? Non si diventa devastanti tutto a un tratto…

Nella tonnara della Eastern Conference non si riconosce ancora un padrone incontrastato. Alcune gerarchie paiono definite, ma la singolarità di questa annata suggerisce di non dare troppo peso a valutazioni e tabelle all’altezza dell’All Star Break. Siamo solo a metà stagione: la situazione è in continua evoluzione, ma dalla prima palla a due sino ad adesso a comandare le operazioni sulla costa atlantica sono sempre e unicamente stati i beniamini di Philadelphia, la Città dell’Amore Fraterno. Brooklyn raggiungerà il massimo livello a ridosso dei Playoff: con Harden, Irving e Durant, il potenziale è ai massimi livelli. Lecito aspettarseli protagonisti del finale della recita. Milwaukee, con l’intento di continuare la trasformazione verso una squadra dalla maggiore efficacia ed elasticità da mostrare da maggio in poi, sta sacrificando qualche referto rosa in più rispetto agli anni scorsi. Ma ve la sentireste di scommettere contro la fame e la strapotenza del greco? Attrici consumate del panorama dell’Est stanno vivendo un dietro le quinte quanto mai altalenante: vuoi per i focolai Covid scoppiati ripetutamente tra i giocatori (Boston e Miami), vuoi per gli infortuni cronici (Indiana), vuoi per l’obbligo a giocare le partite interne a 2267 km da casa (Toronto), questa non sembra la pellicola adatta a loro. Risultato? Primo seed momentaneo: Philadelphia 76ers, 24-12. Costanti, regolari, solidi, profondi, impattanti. Record di squadra? Ce l’ho.

Migliori percentuali in carriera al tiro. In procinto di entrare nel famigerato club “50-40-90”, impensabile per un 2.13 del suo tonnellaggio. Al massimo in carriera per media punti (30.2) ma soprattutto assist (3.3), a testimonianza della centralità e della gravità che genera con la sua semplice presenza in campo. Tutti i compagni ne beneficiano. Le difese, concentrate a subire il meno possibile i danzanti movimenti spalle a canestro del gigante da Kansas University, tendono a “dimenticarsi” tiratori mortiferi dall’arco come i vari Korkmaz, Seth Curry e Ben Simm… pardon, lapsus freudiano. Tralasciamo al contrario l’analisi della True Shooting Percentage: l’aumento medio annuo di questa percentuale (3%) è dovuto alla tendenza dell’odierna pallacanestro di preferire conclusioni più redditizie (tiro da 3, appoggi facili al vetro e tiri liberi) estremizzando le spaziature. Il buon JoJo, al contrario, è uno degli ultimi alfieri del cosiddetto “tiro dalla media”: ogni volta ci si stupisce di fronte alla delicatezza e dolcezza del rilascio di Embiid, letale quando riesce a creare separazione nel regno del midrange. In testa alle classifiche per efficienza offensiva e difensiva, Joel è uno dei pochissimi eletti capaci di irretire i rivali sia col piede perno che con la stoppata, sia col fadeaway che con la mobilità laterale, sia con la schiacciata che con il tagliafuori. Se si volessero approfondire i freddi numeri della prima metà stagione di Embiid, cinquantello contro Chicago compreso, si dovrebbe dedicare un pezzo esclusivo. Quello che colpisce, che vale più di una percentuale o di un parametro, è la costante sensazione di dominio e controllo che il centro dimostra di serata in serata. Non c’è un singolo aspetto del Gioco in cui Embiid non risulti deficitario: neanche il paragone con lo Shaq del threepeat regge. Neanche quello. Bill Simmons e Joe House, provando l’accostamento, ci ricordano come O’ Neal fosse battezzabilissimo dalla linea della carità, dove in carriera ha mantenuto medie di poco superiori al 50%. Embiid non ti concede neanche questa possibilità. Arma totale. Statistiche individuali? Ce l’ho.

I miti e le leggende sulla gioventù africana di Embiid sono conosciuti. La conoscenza tardiva col mondo della pallacanestro e l’approdo in quel di Kansas sono noti. Le difficoltà fisiche che non gli hanno consentito di disputare le intere prime due stagioni e che tuttora condizionano il suo utilizzo ce le ricordiamo tutti. “Il fallimento è parte integrante del successo”, recita l’adagio. Ciò che rende Embiid il favorito per il premio di MVP 2021 è la crescita di consapevolezza nei propri mezzi. Non che prima non cercasse di dimostrarlo a destra e a manca (citofonare casa Towns per ulteriori informazioni). Ma all’affilatissima arma dei social, “Troel” sta prediligendo il dominio sul campo. Meno spaccone su Twitter, meno provocatore dietro allo schermo di uno smartphone, Joel sembra aver incanalato la detonante energia vitale concentrandola unicamente nei 48 minuti di partita. Tutti noi, innamorati della palla a spicchi, ringraziamo per la Bellezza ricevuta. Un esempio lampante dello switch mentale operato dal camerunense? Dichiarazioni del 24 agosto 2018, a due mesi dall’inizio della stagione: “I’m starting to see it and I’m excited. I feel like we could be seeing an MVP season.” Dichiarazioni del 14 gennaio 2021, immediatamente successive a 45 punti, 16/23 dal campo, 16 rimbalzi, 4 assist e 5 palle recuperate contro gli Heat: “Io come possibile MVP? No, non sono concentrato su questa possibilità. L’obiettivo numero 1 è vincere un titolo”. L’arrivo in panchina di un santone come Rivers ha sicuramente contribuito ad aumentare la coscienza di “The Process”: lui deve prendersi sulle spalle le sorti della squadra, anche a costo di togliere spazio ad altri talenti come Ben Simmons (stavolta niente lapsus) o Tobias Harris. Un’autentica forza della natura col mirino ben assestato. Narrativa e influenza mediatica? Ce l’ho.

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Tags: Joel EmbiidMVPNBA

Massimiliano Bogni

Massimiliano Bogni

Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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